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Le protezioni dell’euro e i difetti da correggere

di Pierre Moscovici

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(weyo - Fotolia)


6' di lettura

L’interessante dibattito internazionale sull’euro che da qualche giorno sta animando il vostro giornale mi spinge ad intervenire anch’io, con un articolo che richiama un recente discorso che ho fatto in un’università di Bruxelles.
I populisti pretendono di parlare a nome delle classi popolari su un eventuale abbandono dell’euro da parte di uno dei paesi membri dell’Unione europea. Ma per le classi popolari un’uscita dalla zona euro avrebbe ripercussioni a tre livelli.
Anzitutto, sarebbero le prime a risentire delle difficoltà finanziarie delle banche.

Se un paese ritornasse alla moneta nazionale e la svalutasse, i ricchi metterebbero al sicuro i risparmi collocandoli in istituti finanziari protetti o all’estero per preservarne il valore. Le limitazioni di prelievo che sarebbero imposte costringerebbero invece i meno abbienti a mettersi ogni giorno in coda per ritirare poche decine di euro. Ricordiamoci delle file interminabili quando la Grecia ha imposto il controllo dei capitali – e questo senza che fosse uscita dall’Unione economica e monetaria.

Inoltre, la politica dell’austerità di bilancio ricadrebbe soprattutto sulle loro spalle. Senza entrare nei tecnicismi degli effetti sul debito nazionale, diciamo per semplicità che il costo del debito s’impennerebbe e che nessuno sarebbe più disposto a finanziarlo. In altre parole: il paese non può essere in disavanzo e deve quindi finanziarsi da solo, con le proprie risorse. Come? Due le vie possibili: operando tagli netti alla spesa pubblica, ossia ai servizi pubblici, ai trasferimenti sociali, all'assistenza sanitaria ecc., a quella stessa spesa che va soprattutto a beneficio delle classi popolari, oppure aumentando le imposte. Il fabbisogno di finanziamento sarebbe tuttavia così ingente da non permettere di attingere unicamente alle fasce più abbienti: tutti dovrebbero contribuire, comprese le persone coi redditi più bassi.

Questo tipo di provvedimento ha un nome: si chiama piano di austerità.
L’impatto di terzo livello è quello sul potere d’acquisto. I populisti potrebbero finanziare il debito decidendo di far stampare moneta alla banca centrale – politica molto praticata in passato, che ha però un costo: l’inflazione. E l’inflazione penalizza soprattutto chi consuma di più, ossia le famiglie meno abbienti, le quali dovrebbero fare i conti con un notevole rincaro di numerosi prodotti di consumo importati, in particolare alimenti ed energia. I ricchi troverebbero invece il modo di tutelarsi: acquistando attivi sicuri, investendo all'estero o dotandosi di valuta estera. Ad essere colpiti più pesantemente sarebbero ancora i meno abbienti.

La seconda asserzione dei populisti è che l’uscita dalla zona euro permette a un paese di ritrovare grandezza e sovranità. Un’altra falsità.
Per i fautori di un’uscita dalla zona euro il ritorno alla moneta nazionale, con successiva svalutazione, aumenta la competitività delle esportazioni. Le esportazioni francesi (per fare un esempio) sarebbero effettivamente meno costose e quindi più interessanti per i mercati esteri: in teoria. Nei fatti, una simile politica equivarrebbe al tentativo di posizionarsi nella globalizzazione fra gli “esportatori a basso prezzo” ossia al tentativo di superare in competitività paesi come il Bangladesh o la Cina. Come ritorno alla grandezza del passato c’è di meglio. Una simile politica, comunque, non sanerebbe affatto le cause profonde dei divari di competitività che separano un paese come la Francia o l’Italia da, ad esempio, la Germania. Per recuperare forza e potenza economica si deve imboccare la strada delle riforme, non la scorciatoia della svalutazione, che porta soltanto a un simulacro di competitività.

Infine, uscire dall'euro per tornare al franco non ci permetterebbe di recuperare sovranità, anzi. Nell’arco di quasi tutto il XX secolo Francia e Germania si sono impegnate per instaurare le condizioni di quell'evoluzione coordinata delle rispettive monete che discende naturalmente dalla contiguità geografica e dalla grande integrazione e interdipendenza fra le economie dei due paesi. Non sarebbe quindi possibile, un domani, far fluttuare liberamente il franco rispetto all'euro, perché la conseguente grande incertezza sui tassi di cambio risulterebbe estremamente costosa per gli operatori economici. La Francia si ritroverebbe quindi con un franco debole che l'intensità dei flussi commerciali con la Germania obbligherebbe ad ancorare alla moneta d’Oltre Reno senza però poterne influenzare in alcun modo il livello. Nell’euro la Francia ha invece voce in capitolo. Sia la storia sia la realtà dell’integrazione commerciale del tandem franco-tedesco vanno quindi nel senso completamente opposto del discorso che vuole il franco vettore di sovranità nazionale. Anche per l’Italia valgono certamente le stesse considerazioni.

Difesa delle classi popolari e ritorno alla grandezza e alla sovranità nazionali: con entrambe le asserzioni le forze populiste che propugnano l’uscita dall’euro incappano quindi in gravi incoerenze, ed è su queste contraddizioni che ho voluto soffermarmi.
Non intendo tuttavia sorvolare sulle carenze della zona euro nel suo funzionamento attuale. Primo difetto: «L’euro protegge, ma non stimola», per citare Jacques Delors. La causa va ricercata in parte nelle politiche macroeconomiche inadeguate seguite dagli Stati membri della zona euro, specie durante la crisi del 2008-2013. Il prezzo politico da pagare non è trascurabile: l’euro non doveva essere soltanto una moneta unica, per gli europei era anche un orizzonte di prosperità condivisa. La delusione si è riversata nelle urne elettorali.

Secondo grave difetto: l’euro non ha funzionato come fattore di convergenza né tra i suoi membri né al loro interno. La sua introduzione aveva permesso una vera e propria “regolazione” delle economie, perché per adottare la moneta unica era necessario rispettare una serie di criteri. Una volta dentro la zona euro, però, i membri hanno cominciato ad andare in direzioni divergenti. I segnali sono molteplici: il debito pubblico italiano è il doppio di quello tedesco; il saldo delle partite correnti tedesche è il doppio della media europea; in Germania il tasso di disoccupazione è due volte meno di quello della zona euro. I poli di eccellenza – in Germania, nelle Fiandre, in Austria, nell'Italia settentrionale, ecc. – fanno sempre più corsa a sé distaccando gli altri, mentre le zone depresse affondano un poco di più. Le divergenze sono oggi di ordine economico e sociale; si alimentano da sé in un circolo vizioso e acuiscono le disuguaglianze fra i paesi e al loro interno.

Questi difetti hanno, ritengo, un’origine comune: la governance economica della zona euro non è stata concepita per ricercarne il bene comune. Oggi l’assetto di governance inquadra il confronto degli interessi nazionali – e talvolta il loro superamento – nell’Eurogruppo, la riunione dei ministri delle finanze dei paesi della zona euro. La somma degli interessi nazionali trova tuttavia un punto di equilibrio che non necessariamente corrisponde a quello che andrebbe nell’interesse generale della zona euro.
Personalmente reputo quindi necessario correggere questi difetti intervenendo in particolare a due livelli.

Anzitutto, ritengo che nella zona euro vadano predisposti strumenti di stabilizzazione e di riconvergenza attiva. Se la convergenza economica e sociale non si autogenera, instauriamo le condizioni che la permetteranno. La zona euro non deve restare bloccata in una situazione in cui il retaggio della crisi è ripartito in modo ineguale e si alimenta da sé – che si tratti del peso del debito, delle infrastrutture obsolescenti, dell’erosione dei servizi pubblici o del deterioramento del capitale umano. Lo strumento di riconvergenza attiva potrebbe configurarsi come capacità di bilancio per la zona euro, con un volume e con obiettivi da definire.

Ritengo parimenti necessaria una riflessione su un assetto istituzionale che consenta di definire e garantire l'interesse generale della zona euro. A mio parere la via è quella dell’incarnazione e della democratizzazione. I difetti citati potrebbero essere corretti con l’istituzione della carica di ministro della zona euro, che incarni e difenda l’interesse generale dell’Unione economica e monetaria e che risponda del suo operato direttamente al Parlamento europeo così da rafforzare i meccanismi di controllo democratico.

Infine, non nascondiamoci la verità su quel che significa partecipare a una moneta unica: appartenere all’euro apporta sì grandi vantaggi, ma implica anche doveri. Prima dell’introduzione della moneta unica la politica ha insistito sui benefici che ne avremmo tratto tutti, tacendo invece gli obblighi che ne sarebbero stati il corollario. Occorre un intenso sforzo pedagogico, perché in un’Unione economia e monetaria quando uno sgarra, la scontano tutti. È normale che l’appartenenza alla zona euro comporti delle responsabilità.
Dobbiamo probabilmente essere più chiari nel riconoscere che l’euro è anzitutto un progetto B2B (“business to business”), ossia concepito a vantaggio del tessuto economico dell’Unione. I cittadini ne godono indirettamente, attraverso il supplemento di attività economica, e quindi la crescita e l’occupazione, che genera. Per il cittadino che va regolarmente all’estero o per il frontaliere l’euro significa naturalmente anche l’assenza di commissioni di cambio sui contanti o un confronto più agevole fra le tariffe. Ma la vera posta in gioco è altra. L’euro è stato anzitutto un formidabile catalizzatore di integrazione economica per le imprese dell’Unione, generando guadagni fenomenali. Dobbiamo avere l’onestà di dire ai cittadini che la funzione prima della moneta unica è infondere nelle imprese quel dinamismo che, aumentando la ricchezza e quindi l’occupazione, risulterà vantaggioso anche per loro.

Pierre Moscovici è Commissario europeo agli Affari economici e finanziari

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