Fisco

Le questioni pratiche e di equità poste dalla riforma dell’Irpef

di Dario Stevanato

(ball141030 - Fotolia)

3' di lettura

L’aspetto più qualificante della bozza di legge delega sulla revisione del sistema fiscale è certamente l’annunciata riforma dell’Irpef. Se attuata, la delega segnerebbe il definitivo superamento dell’imposta personale progressiva sul reddito “complessivo” e la dichiarazione di fallimento della riforma del 1971-1973.

In continuità con il documento approvato dalle Commissioni riunite finanze e tesoro, il sistema duale prefigurato, con applicazione di una medesima aliquota proporzionale su tutti i redditi di capitale e dell’Irpef progressiva su quelli di lavoro, sancisce infatti sul piano formale la rottura dell’unitarietà dell’imposta personale e manda in soffitta il principio di universalità dell’imposta (progressiva), reintroducendo la pluralità di tributi sul reddito che connotava l’imposta sulla ricchezza mobile di impronta ottocentesca.

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Certo, va dato atto che forse non si poteva fare diversamente, essendo difficilmente praticabile il riassorbimento dei tanti regimi sostitutivi nell’ambito dell’Irpef. Si è dunque preferito razionalizzare l’attuale assetto, imperfettamente duale (in realtà, plurale), in cui l’Irpef progressiva è erosa da una congerie di imposte sostitutive proporzionali applicate con aliquote diverse tra loro. Tuttavia, la formale adozione di un sistema “compiutamente” duale avrà importanti implicazioni sia di ordine pratico che sul piano
dell’equità, che è bene evidenziare.

Anzitutto, è chiaro che il perimetro dell’imposta progressiva verrà ancor più ridotto, restando confinato ai soli redditi di lavoro: le imposte sostitutive oggi esistenti operano in via di eccezione rispetto all’inclusione nel reddito complessivo; dopo la riforma, invece, ogni reddito derivante dal capitale accederà automaticamente alla tassazione proporzionale.

L’adozione del sistema duale porrà conseguentemente il difficile problema di distinguere, nell’ambito dei redditi di natura mista, come quelli derivanti da attività di impresa e lavoro autonomo, la quota riconducibile all’impiego di capitale rispetto a quella spiegabile con l’attività lavorativa e l’impegno del titolare o dei soci. Oltre alle difficoltà e complicazioni di ordine amministrativo che ciò comporta, occorrerà inoltre presidiare il rischio di arbitraggi e “trasformazione” dei redditi, da lavoro a capitale.

Sarà poi il caso di interrogarsi su come debba essere «rispettato il principio di progressività dell’Irpef» (art. 3, lett. b), una volta che tale principio sarà anche formalmente confinato ai soli redditi di lavoro e pensione. L’imposizione proporzionale sui redditi di capitale risponde a esigenze di semplicità amministrativa, concorrenza internazionale e così via, ma solleva una delicata questione di equità rispetto ai redditi assoggettati all’Irpef progressiva: la discriminazione qualitativa dei proventi del lavoro insita nella tassazione duale non sembra infatti sorretta da giustificazioni convincenti, come quella, avanzata dai teorici scandinavi della dual income taxation, secondo cui la tassazione progressiva del lavoro servirebbe a scoraggiare sovrainvestimenti in formazione e capitale umano.

La netta opzione per il sistema duale, con applicazione di una medesima aliquota proporzionale a ogni reddito derivante dall’impiego di capitale, parrebbe inoltre non lasciare spazio, nella futura regolamentazione che sarà affidata ai decreti delegati,
alla previsione di micro-sistemi progressivi o forme di differenziazione del prelievo collegate all’entità del reddito
di capitale posseduto, che invece altri ordinamenti contemplano (ad esempio per i redditi finanziari).

Ciò si intreccia anche con il tema dei minimi esenti, di cui purtroppo la bozza di delega pare essersi dimenticata. Come accadrà per l’applicazione di aliquote progressive, la previsione di una no-tax area rischia dunque di restare anche in futuro confinata ai soli redditi di lavoro e pensione, perpetuando l’iniquità delle attuali detrazioni concesse su basi selettive, per tipi di reddito.

Su tale aspetto, che si lega alla tutela del minimo vitale su basi universali o quantomento a specifici minimi esenti accordati anche ai titolari di redditi di capitale, potrà forse venire in aiuto l’esplicito richiamo dell’art. 53 Cost. e del principio di capacità contributiva, cui dovranno uniformarsi i decreti legislativi (art. 1). È noto infatti che i costituenti preferirono la formula della “capacità contributiva”, rispetto ad altre, proprio perché la stessa tutela implicitamente il minimo d’esistenza, in quanto non palesa alcuna capacità di contribuire alle spese pubbliche chi dispone soltanto dello stretto necessario per vivere.

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