mind the economy

Le radici della fallibilità umana. Un’indagine liberatoria e costruttiva

Perché commettiamo errori? Da cosa dipendono? Accettarli come tali è la prima regola per limitarne le conseguenze

di Vittorio Pelligra

Neuroscienze e psicologia per il lavoro post Covid

Perché commettiamo errori? Da cosa dipendono? Accettarli come tali è la prima regola per limitarne le conseguenze


4' di lettura

Non tutti gli errori sono uguali e non tutti sbagliamo allo stesso modo. Sul senso della prima considerazione ci siamo soffermati nelle settimane scorse, sottolineando come sia possibile classificare da una parte gli “errori di pianificazione” – le azioni che pensavamo potessero portarci al risultato desiderato erano in realtà non funzionali al raggiungimento dello scopo, e dall'altra gli “errori di esecuzione” – nonostante il piano fosse ben congegnato, è stato eseguito male in qualche sua parte, determinando il mancato raggiungimento dell'obiettivo.

Andando un po' più a fondo possiamo anche classificare i vari errori sulla base del livello al quale intervengono. In questo modo possiamo individuare gli errori basati sulle abilità (skill-based) che si riferiscono in genere a comportamenti automatici che attiviamo senza pensarci troppo e che ci inducono in errore soprattutto quando vengono posti in essere nei contesti sbagliati: va molto bene mettere un cucchiaio di sale nell'acqua per la pasta, meno bene, se lo versiamo nell'impasto per la torta come se fosse zucchero. Poi abbiamo gli errori che intervengono a livello delle regole (rule-based). In questi casi avviene che regole prestabilite, delle routine che abbiamo appreso e che generalmente funzionano molto bene in determinati contesti, vengono, invece, applicate nei contesti o nei momenti sbagliati.

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Un'osservazione nota agli insegnanti di inglese riguarda il fatto che quando, soprattutto i bambini, iniziano ad utilizzare la forma al passato dei verbi regolari (-ed), aumentano gli errori nell'uso del passato dei verbi irregolari anche se prima questi venivano utilizzati nel modo corretto. Per cui spesso si scriverà “goed” invece che “went” e “maked” invece di “made”.

Quando la conoscenza inganna

Infine, ci sono gli errori basati sulla conoscenza (knowledge-based). Questi errori si verificano quando ci siamo già resi conto che stiamo fronteggiando una situazione problematica e cerchiamo di trovare una soluzione in modo creativo. In genere, qui gli errori emergono quando non riusciamo a sopprimere l'impulso ad applicare soluzioni vecchie a problemi inediti. Questa classificazione degli errori fa emergere una prospettiva interessante che ci consente di rilevare, tra le altre cose, come in ognuna delle tre tipologie sia presente una dimensione di automatismo, quello che gli esperti chiamano “absent-mindness” e che in italiano potremmo definire come “inconsapevolezza”.

In apertura abbiamo affermato che non tutti gli errori sono uguali ed anche che non tutti sbagliamo allo stesso modo. Infatti, ognuno di noi, per caratteristiche individuali, della personalità, per la storia passata, è più o meno vulnerabile ad errori, soprattutto a quelli “inconsapevoli”. Un elemento che sembra influenzare la probabilità a commettere tali errori è l'età. La cosa potrebbe non sorprendere, se pensiamo al fatto che tutte le nostre abilità cognitive, la prontezza nel calcolo, la memoria, la capacità inferenziale, tendono a peggiorare con l'avanzare degli anni. Se non fosse però che i dati mostrano che la relazione tra età e vulnerabilità agli errori inconsapevoli è una relazione inversa. Più andiamo avanti con gli anni, minore è la probabilità di compiere simili errori. Se è vero che invecchiando fatichiamo di più a ricordare i nomi, ma anche alcuni dei passaggi necessari in una sequenza prestabilita di azioni – prendere le chiavi prima di uscire di casa, per esempio, così come dimentichiamo più facilmente dove abbiamo messo le cose, in tutti gli altri casi di possibili errori inconsapevoli (slips e lapses), l'avanzare dell'età ci rende più affidabili e sicuri.

L’eta ci aiuta, strano ma vero

In molti hanno provato a dare una spiegazione di questa relazione decisamente contro-intuitiva. Alcuni hanno avanzato la cosiddetta “activity hypothesis”, secondo cui essendo gli anziani meno attivi e impegnati, vanno incontro a meno occasioni nelle quali potrebbero manifestarsi gli errori. Si tratterebbe quindi di una spiegazione basata sul ridotto numero di opportunità di sbagliare. Altri hanno proposto invece una spiegazione basata sulla “compensation hypotesis” secondo cui, proprio la maggiore consapevolezza degli anziani rispetto alla loro vulnerabilità, li porterebbe a mobilitare tutte le loro risorse cognitive e di memoria per evitare quegli errori che altrimenti avverrebbero troppo frequentemente. Nonostante i tentativi, entrambe le ipotesi non hanno trovato supporto nei dati e nelle osservazioni e la relazione indiretta tra età ed errori inconsapevoli rimane tanto solida quanto inspiegabile.

Se con l'avanzare degli anni diventiamo via via meno soggetti alla “absent-mindness”, questa viene, invece, amplificata da tutte quelle situazioni ambientali o condizioni esistenziali che inducono stress. I fattori stressogeni, infatti, sembrano essere fortemente correlati con la probabilità a commettere errori inconsapevoli. Cercando di comprendere a fondo i meccanismi alla base di questa “stress-vulnerability hypothesis” si è scoperto che non sono tanto le circostanze o le esperienze stressanti a renderci più vulnerabili agli errori, ma, piuttosto, è il modo in cui gestiamo le situazioni complicate ad essere collegato al modo in cui le nostre risorse cognitive e attenzionali vengono allocate a compiti differenti.

Strategie non ottimali

In altre parole, gli esperti ci dicono che le persone che faticano di più a gestire psicologicamente le situazioni di stress, lo fanno perché utilizzano strategie che sono cognitivamente più faticose, che hanno bisogno di maggiori “energie mentali” e, per questo, da una parte si rivelano meno efficaci, dall'altra espongono chi le usa ad un rischio maggiore di commettere errori “inconsapevoli”.

Gli errori non sono tutti uguali e noi non sbagliamo tutti allo stesso modo. Due considerazioni che sembrano apparentemente scontate ma che, in realtà, possono avere profonde implicazioni rispetto al modo in cui consideriamo e cerchiamo di prevenire l'errore. Se a questi elementi aggiungiamo che, come abbiamo visto in un precedente “Mind the Economy”, l'esperienza spesso è associata ad una maggiore probabilità di commettere errori davanti a situazioni impreviste, il quadro concettuale si trasforma in maniera rilevante rispetto alla percezione del senso comune.

Errare è umano. Punto

Sbagliare è parte integrante dell'esperienza umana. Un primo e decisivo passo per cercare di limitare i potenziali effetti catastrofici degli errori è quello di accettarli come tali. Questo favorirebbe la diffusione di una cultura della sicurezza per la quale, per esempio, diventa naturale comunicare che si è commesso o quasi commesso un errore. Siamo abituati naturalmente, per qualche ragione, a pensare all'essere umano come causa dell'errore e mai come a colui o colei che possono prevenirlo quell'errore e così le sue possibili conseguenze disastrose. Considerare gli sbagli come fallimenti o come eventi eccezionali non fa altro che renderne più difficile l'individuazione, la comprensione, la prevenzione e, quindi, la pericolosità. Imparare a scavare nelle profondità della fallibilità umana può diventare, in questo modo, un esercizio contemporaneamente liberatorio e generativo, sia da un punto di vista personale che sociale.

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