a tavola con

Le ragioni dei cattivi, la malattia e il male: mille sfumature di bianco

Francesca Mannocchi, 39 anni, regista, documentarista e scrittrice, riflette delle debolezze di corpo e anima, personali e collettive

di Paolo Bricco

6' di lettura

«Da sempre considero le ragioni dei cattivi». Francesca Mannocchi, 39 anni, ha una faccia che sembra l’armonizzazione ben riuscita fra una scultura di Amedeo Modigliani e il volto sfrontato, amaro e divertito che avevano le popolane romane nei film in bianco e nero degli anni Cinquanta, in cui la quotidianità era spesso dramma silenzioso ma non diventava mai definitiva tragedia.

Mannocchi, nella nostra cultura, ha un profilo particolare. È una documentarista raffinata, che porta i suoi lavori nei festival: Isis, Tomorrow. The Lost Souls of Mosul è stato presentato nella selezione ufficiale, fuori concorso, della Biennale di Venezia del 2018. Scrive di guerre per pubblicazioni italiane e straniere. Il suo compagno nella vita e nella professione è Alessio Romenzi, un umbro che, dopo un passato da operaio siderurgico alla Thyssen-Krupp di Terni, si è trasferito un giorno a Gerusalemme diventando uno dei principali fotografi di guerra al mondo: vincitore del World Press Photo del 2013 per le sue immagini in Siria, adesso si sta orientando anche verso la fotografia di ricerca. Mannocchi è autrice di un saggio-romanzo in cui una malattia personale sembra un escamotage narrativo crudelmente efficace, Bianco è il colore del danno. Dunque, in epoche di minimalismi autoreferenziali, prova a scrivere e rappresentare il male nelle sue più diverse forme.

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Siamo al Trionfale, quartiere in cui si miscelano una dimensione borghese e una natura più popolare. A duecento metri si trova il mercato dei fiori per i grossisti che il martedì mattina è aperto al pubblico. A cinquecento metri, c’è quello della carne e del pesce, della frutta e della verdura. Molti palazzi sono stati violati dai bed & breakfast e dai siti che affittano gli appartamenti ai turisti, perché poco più in là sorge San Pietro. In questa parte di Roma, esistono ancora le botteghe.

L’odore della casa è buono, le candele profumate accese sono al basilico. Alessio, uno che nel 1936 sarebbe stato con Robert Capa nella Spagna della Guerra civile, entra ed esce dall’appartamento dopo una corsa. Pietro, quattro anni, è alla scuola materna sotto casa, dove i suoi compagni sono i figli dei professionisti che hanno gli uffici nei condomini più eleganti, dei bengalesi che lavorano al mercato dei fiori, degli ambulanti che vendono la frutta e degli impiegati che lavorano nei ministeri. In cucina, sul fuoco bollono le pentole, per un pranzo ricco e tutto a base di pesce e di verdure.

Il male nelle sue diverse forme, dunque, è il fulcro intorno a cui si muovono l’attività professionale e l’esperienza estetica di Francesca. «Con il documentario Isis, Tomorrow, di cui io e Alessio abbiamo firmato la regia, ho raccontato il destino dei figli dei combattenti dell’Isis», spiega mentre controlla che sull’ampio tavolo, con i posti messi alla giusta distanza di sicurezza in tempo di Covid-19, siano in ordine le posate e i bicchieri, l’olio e il sale, il vino e l’acqua.

Isis Tomorrow è una produzione internazionale in lingua arabo-irachena che ha avuto una doppia vita: prima nei festival, nei cinema e sulle piattaforme televisive e, poi, nelle università, negli organismi internazionali e nei centri di ricerca sulla sicurezza e sui terrorismi in cui intellettuali, analisti e operativi hanno apprezzato lo straordinario materiale raccolto nei giorni e fra le genti di Mosul, che rappresenta la base dell’ingegnerizzazione autoriale del film. «A Mosul – racconta Francesca – convivono mezzo milione di minorenni. Nel raccontare il loro destino, abbiamo affrontato la difficoltà della pacificazione tra chi è sopravvissuto alle famiglie dei carnefici e chi a quelle delle vittime. I figli dei sostenitori dell’Isis sono stati educati a considerare l’altro un infedele da convertire o da uccidere. I figli delle vittime hanno visto sterminare i loro genitori. Che ne sarà di loro? Di tutti loro?».

La domanda, posta senza retorica da una persona che era presente alle cadute di due capitali del Daesh (Sirte, in Libia, nel 2016 e appunto Mosul nel 2017), rimane sospesa in questo mezzogiorno placidamente romano. Sulla tavola sono disposte tutte le pietanze, tranne il salmone («preferisco metterlo in forno fra poco», dice). Il vino è un rosso toscano 2019 della casa agricola maremmana Ampeleia. Abbiamo anche un Valpolicella Musella Ripasso Superiore del 2016 («me lo ha dato mio padre»). La sala da pranzo ha il soffitto altissimo, segno di un’epoca in cui perfino i costruttori italiani erano meno micragnosi e più ottimisti di adesso. Fra i libri, è affastellato un catalogo della mostra «Life, Still», realizzata con le fotografie che Alessio ha fatto a Mosul, Raqqa e Sirte, le tre capitali dello Stato Islamico, adoperando il “banco ottico”, una macchina fotografica di grande formato diffusa nel diciannovesimo secolo: uno sguardo lento della pellicola sulle rovine e sugli esseri umani in grado di cogliere la verità di ciò che viene rappresentato più che non la soggettività di chi lo ritrae.

Sul piatto del giradischi Crosley Francesca fa suonare a basso volume Storia di un impiegato, di Fabrizio De André. Iniziamo con una vellutata di zucca e di carote, buonissima: «Ho preferito non aggiungere lo zenzero». Il male, dunque, come quotidianità. E come punto di vista per capire chi sei, chi è l’altro, chi siamo noi. Nelle sue manifestazioni più radicali e diverse. Non solo la teocrazia cieca dello Stato Islamico. Non solo le macerie di Mosul con il problema, che ci trasciniamo dalle tragedie greche di Eschilo, Euripide e Sofocle, delle colpe dei padri e del destino dei figli. Ma anche il male nella forma più strisciante e conturbante: la responsabilità e il senso di sé dei carnefici che possono a loro volta essere vittime: «Quando ho scritto Io Khaled vendo uomini e sono innocente mi sono misurata con la sfida di accettare il punto di vista di chi intermedia e organizza il traffico di esseri umani che, dall’Africa, arriva sulle coste della Libia e, sui barconi, porta i migranti in Europa». Quel libro, che ha vinto il Premio Estense nel 2019, è stato pubblicato da Einaudi, lo stesso editore con cui Mannocchi è in libreria adesso con Bianco è il colore del danno, un racconto che trascende la dimensione del memoir autobiografico per la compattezza della scrittura trasformandosi in un romanzo che indaga, descrive e interpreta un altro codice del male, la malattia del corpo – la sclerosi multipla – e il destino dell’anima ad essa connesso.

Iniziamo, entrambi con confidenza circospetta e rispettosa fiducia, a parlare di questo libro e dell’esperienza che lo ha originato. L’emozione del racconto si frammischia con il gusto delicato e aspro della tartare di tonno e avocado.

In fondo, anche in questo caso, la fonte del libro è costituita dall’osservazione e dalla comprensione delle ragioni dei cattivi. Anzi, il cattivo. Anzi, la cattiva. La malattia. Che cosa è. Come si determina. Come si chiama prima di tutto: sclerosi multipla. Come compare. «Le onde – si legge nel libro – risuonano sotto forma di segnali, deboli, la lingua del magnete e i segnali, quando vengono captati, diventano una mappa di impulsi in scala di grigi. Nero è assenza di segnale. Bianco è segnale massimo. Le mie lesioni sono bianche e la mappa in scala di grigi è la vita della malattia. Il suo stare, il suo evolversi, dentro di me, potenzialmente degenerativo».

Il corpo, dunque, che è insieme miracolo, normalità e dramma. Mentre parliamo di questo usando parole semplici e facendo correre l’emozione, preferisco non toccare l’insalata di quinoa con gamberoni. Francesca si alza da tavola e va a prendere il salmone al forno, con le patate novelle. Quello che colpisce di Bianco è il colore del danno è, appunto, il controllo dello stile e la coesione del racconto che, dagli elementi biografici – l’infanzia nel quartiere popolare di Prima Porta, la bellezza dell’adolescenza e la vergogna delle sue fragilità, la scoperta della fallacità dei genitori – e da quella che Grazia Cherchi avrebbe definito “presa diretta”, trasfondono in un libro autonomo, che ha la sua struttura estetica nascosta in una serie di noccioli culturali, duri e caldi, della poesia del Novecento, che riescono a conferire una dignità letteraria scevra di narcisismi a questioni delicate e universali, al limite della empietà, come il problema se il concepimento e il parto di un figlio possano o no avere attivato la malattia.

«Amo molto Ingeborg Bachmann e, fra i viventi, Mariangela Gualtieri», spiega lei mentre io rifletto sulla difficoltà che avrà Mannocchi con il suo prossimo lavoro e a quanto avesse ragione il Massimo Troisi del Ricomincio da tre, sulla necessità di saltare la prova successiva a qualcosa di importante e di passare direttamente alla terza. La poesia del Novecento, con naturalmente, i classici: T.S. Eliot e Rilke. E, anche, tutta la riflessione sulla poesia realizzata non da accademici puri ma da scrittori e da poeti per definizione fertilmente impuri, come lo Iosif Brodskij di Dolore e Ragione (Adelphi).

Beviamo un caffè preparato con la moka. «Insieme vuoi della cioccolata? Ho questa con la granella di pistacchio», dice Francesca. E, mentre me la passa, mi viene in mente Tolstoj, per il quale, per parlare di universale, basta parlare del tuo villaggio. Vale per tutti. Soltanto che il villaggio di Francesca Mannocchi è in tanti luoghi: in una città del Kurdistan e in un campo di detenzione dei migranti in Libia, a Roma nella casa di famiglia e in questa con Alessio e Pietro, nel suo cuore e, anche, nel suo corpo.

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