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Le ragioni delle mozioni di sfiducia contro il ministro Bonafede

Il Senato mette ai voti oggi a partire dalle 9,30 le due mozioni di sfiduciache le forze politiche di minoranza hanno presentato contro l’operato del titolare della Giustizia, chiedendone le dimissioni

di Salvatore Scuto

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Il Senato mette ai voti oggi a partire dalle 9,30 le due mozioni di sfiduciache le forze politiche di minoranza hanno presentato contro l’operato del titolare della Giustizia, chiedendone le dimissioni


5' di lettura

Non è stata colpa della pandemia se nel mondo della giustizia si sia negli ultimi mesi aggravata una crisi già esistente e profonda. La pandemia ne ha accelerato l’evolversi, ne ha messo a nudo i nodi nevralgici, ha accentuato le tante torsioni che il sistema nel tempo aveva già subito.
Certo, nell’ultimo periodo si è assistito ad uno spettacolo tanto estremo da essere a volte anche imbarazzante.

Dall’improvvisata parodia del processo da remoto, ai ripetuti interventi legislativi diretti a controllare la giurisdizione della magistratura di sorveglianza (verrebbe da dire tesi a sorvegliare il sorvegliante), sino all’inusitato scontro, nelle forme e nei contenuti, tra il ministro ed un membro del Csm, autorevole esponente di quell’agguerrita pattuglia di pubblici ministeri sempre pronti ad invocare manette e ordine. Interpreti di una visione del processo penale come strumento di lotta dei fenomeni criminali e non come strumento per l’accertamento della responsabilità individuale attraverso l’applicazione di una regola epistemologica condivisa.

Tutto ciò sullo sfondo, oggi, di uno scenario quasi distopico in cui l’amministrazione della giustizia ha dimostrato tutta la sua inefficienza nell’affrontare gli effetti dell’epidemia.

Si è quasi paralizzato l’esercizio della giurisdizione, come se non fosse un servizio pubblico essenziale, e quello della Giustizia è rimasto l’unico comparto pubblico ad agire in un regime di sterile autonomia.
In questo contesto il Senato mette ai voti oggi, mercoledì 20 maggio, le due mozioni di sfiducia che le forze politiche di minoranza hanno presentato contro l’operato del ministro Bonafede, chiedendone le dimissioni.

Dalla trama delle motivazioni che le sostengono, segnatamente in quella di cui è promotrice Emma Bonino e dedicata alla memoria di Enzo Tortora, è facile scorgere la complessità delle cause che determinano il processo degenerativo della giustizia penale e dello stesso ordine giudiziario.

Sia chiaro che tali cause non sono tutte direttamente imputabili al ministro Bonafede, certo è però che questi, cresciuto politicamente in un movimento che non ha mai indicato Pietro Calamandrei tra i suoi ispiratori, ha esercitato una forza amplificatrice su quel complesso fenomeno, finendo per esserne l’alfiere più orgoglioso.
In questa sede non interessa quale sarà la sorte di tali iniziative parlamentari e con esse del Governo.

D'istinto verrebbe da dare al ministro il consiglio di dimettersi, soluzione lineare che gli consentirebbe di prendere atto dei risultati fallimentari conseguiti nei due anni di esercizio della responsabilità politica del dicastero e di recuperare al contempo credibilità.

Ad aggravare il quadro in cui si inserisce la vicenda parlamentare, ancora, contribuiscono due fatti assai significativi.

Il primo è costituito dalla pubblicazione di molteplici conversazioni svoltesi in chat tra Luca Palamara ed una platea di rappresentanti della magistratura così vasta da coprire tutte le anime che la compongono.
Si tratta del risultato dell’inoculazione del trojan nel cellulare di Palamara, uno dei primi esiti delle indagini svolte con tale intrusivo mezzo in ambiti diversi dalla criminalità organizzata e dal terrorismo internazionale.
Esiti, quindi, sperimentati ora in prima persona da molti tra coloro che ne peroravano l’indispensabile utilità, noncuranti dei molteplici profili di criticità sul fronte della tutela di garanzie costituzionali e processuali.
Dalle stesse si ricava come il metodo adottato per la selezione del Procuratore della Repubblica di Roma non fosse un’eccezione ma al contrario sia la regola comportamentale praticata da chiunque nella magistratura abbia in animo di progredire in carriera.

Insomma, è ormai chiaro a tutti come le logiche di potere delle correnti dell’Anm abbiano pervaso i meccanismi di selezione e progressione delle carriere di giudici e pubblici ministeri e con esse lo stesso Csm ed il ministero della Giustizia.

Prova ne siano le dimissioni del Capo di Gabinetto del ministro che si aggiungono a quelle del Capo del Dap ed a quelle del Capo dell’Ispettorato Generale. Se immaginiamo l’organigramma del ministero avremmo difronte un apice non più sorretto dalle sue più prossime basi.

Il secondo fatto è costituito dall’imbarazzato silenzio del Csm sul pubblico j’accuse di un suo membro contro il ministro Bonafede.
Se si eccettua la presa di posizione di due membri laici eletti in quota M5S, infatti, non risulta alcuna dichiarazione ufficiale né altra iniziativa da parte dell’Ufficio di Presidenza del Consiglio né di alcuno dei componenti togati.

In un simile contesto l’attenzione non può non essere rivolta a ciò che sembra essere la prima causa del fenomeno degenerativo che investe l’ordine giudiziario ovvero la declinazione del principio di autonomia e indipendenza dell’ordine giudiziario in chiave autoreferenziale, origine e continua fonte di rigenerazione di un potere che non conosce contrappesi né limiti.

In realtà il concetto di autonomia della magistratura, nel disegno costituzionale, è strettamente collegato proprio alla previsione del Csm, la cui esistenza ha lo scopo di precostituire le condizioni indispensabili per l’autonomia dell’ordine giudiziario.
A questo e non al potere esecutivo, infatti, sono demandate tutte le funzioni relative alla carriera ed allo stato giuridico dei magistrati proprio al fine di garantire l’indipendenza dell’ordine giudiziario.

Ma l’autonomia del Csm non è un’autonomia assoluta. È un’autonomia limitata: basti pensare alla sua stessa composizione, al fatto che esistono numerose riserve di legge nella stessa materia di sua competenza, al fatto infine che il Csm nell’esercizio delle sue funzioni è affiancato, anche se con competenze limitate, dal ministro della Giustizia così come prevede l'art. 110 Cost.

La cronica debolezza della politica ha favorito una interpretazione minimale del dettato costituzionale laddove, al contrario, si sarebbe dovuto affermare un pieno rapporto di collaborazione tra il ministro ed il Csm sia sul fronte dell’organizzazione degli uffici sia sul funzionamento degli stessi in stretta relazione all’attività dei magistrati che vi sono addetti (così la Corte Cost. già nel 1963 con la sentenza n. 68).

Il rischio sempre più concreto che emerge dalla deriva in cui è trascinato l’ordine giudiziario è quello per cui indipendenza ed autonomia si trasformino in autarchia. Rischio che si annida ogni qualvolta, in modo compiaciuto, si descrive erroneamente il Csm come l’organo di autogoverno della magistratura.

Il circuito vizioso formatosi tra Anm-Csm-ministero oltre ad alterare il funzionamento dell’organo costituzionale preposto per garantire l’autonomia della magistratura, ha prodotto il fenomeno che recentemente Sabino Cassese ha descritto efficacemente nella “magistratizzazione” del ministero della Giustizia.

I quattro dipartimenti del ministero sono diretti da magistrati con un organigramma quasi totalmente occupato da magistrati.
Sulla capacità di costoro di avere la necessaria competenza per gestire apparati così complessi è lecito, alla prova dei fatti, dubitare.
Ed i dubbi aumentano se i criteri di scelta dei magistrati destinati al ministero sono quelli che emergono dal contenuto delle conversazioni tra l’ex capo di gabinetto del ministro e Palamara e che si risolvono nell’appartenenza all’una o all’altra corrente.

La crisi non si risolverà certo con un voto in Parlamento anche se, questa volta, esso è carico di questi significati. Si potrebbe risolvere partendo da un netto e convinto cambio di mentalità e di cultura di cui la stessa magistratura dovrebbe essere protagonista.
Tale consapevolezza però non sembra emergere dalle tetragone prese di posizione di Anm tutte incentrate nella difesa dell’esistente.
Il rischio sarà allora maggiore del contenuto di ambiguità che la parola cambiamento porta fisiologicamente con sé e potrebbe inverarsi in riforme che riducano il grado di autonomia e di indipendenza dell’ordine giudiziario. Sarebbe un peccato per chi crede fermamente nei valori che quel principio esprime.

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