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Le Rane, Thomas Gresham e l'eterna lotta tra moneta buona e moneta cattiva

Come nasce la vecchia legge di Gresham sulla moneta buona che «scaccia» quella cattiva. E perché è ancora attuale

di Vittorio Pelligra

(Samu - stock.adobe.com)

7' di lettura

Recita il Corifeo ne «Le Rane» di Aristofane: «Spesso mi è parso che la nostra città, verso i buoni e onesti cittadini, si comporti allo stesso modo che verso la moneta antica e i nuovi pezzi d'oro. Dell'antica, infatti, che non falsificata anzi è certamente la più bella di tutte le nostre, la sola ben coniata e apprezzata dovunque, fra Greci e barbari, di quella non ci serviamo affatto: ma soltanto di questi cattivi pezzi di rame, coniati ieri e ieri l'altro con pessimo conio.

E fra i cittadini, quelli che noi conosciamo come bennati e saggi, galantuomini valorosi e giusti, allevati nelle palestre e nei cori e nella buona educazione, noi li oltraggiamo: e invece questi di rame, stranieri e rossi di pelo spregevoli e discendenti da gente spregevole, ultimi arrivati che prima d'ora la città non avrebbe facilmente preso alla cieca nemmeno come vittime espiatorie, di questi ci serviamo per ogni uso. Ma almeno ora, o stolti, cambiate abitudini e tornate a servirvi delle persone per bene».

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Ci serviamo per gli scambi della moneta cattiva e teniamo nei forzieri quella buona, così come coinvolgiamo nella vita pubblica persone non degne e ne allontaniamo coloro che sarebbero un vanto per ogni città. Così Aristofane fa enunciare al capo del suo coro una delle primissime formulazioni di quella che diverrà nota come «Legge di Gresham». In una frase «la moneta cattiva scaccia la moneta buona».

Le origini della «legge di Gresham»

Quando ancora il valore nominale delle monete era dato dal valore reale del metallo prezioso con cui erano coniate, oro o argento, poteva capitare che si praticasse la cosiddetta “tosatura”: piccole quantità di metallo venivano raschiate dalle singole monete che poi continuavano ad essere scambiate per il loro valore nominale. Una forma di signoraggio tanto truffaldina quanto diffusa. E, infatti, tosatura dopo tosatura il contenuto di metallo si riduceva facendo aumentare considerevolmente la differenza tra il valore nominale e quello reale della moneta.

Questo fatto era noto per cui, tra vedere e non vedere, i mercanti tendevano a conservare le monete “buone”, quelle di recente conio, presumibilmente poco tosate, ed utilizzare per gli scambi le monete “cattive”, quelle con un valore reale ormai fortemente ridotto. Il nome di Thomas Gresham, un agente finanziario della Regina Elisabetta I, attivo ad Anversa nel XVI secolo, viene associato a questo principio grazie alla notorietà che assunse la sua lettera del 1558 con la quale spiegava alla Regina cosa stesse capitando in quegli anni allo scellino inglese. Enrico VIII, padre di Elisabetta, per rimpinguare le casse dello Stato senza dove aumentare le tasse, aveva deciso di ridurre il contenuto di argento degli scellini, mantenendone invariato il valore nominale.

Creò, in questo modo, una situazione nella quale scellini di argento puro e scellini con argento al 60 per cento circolavano contemporaneamente nei mercati. Non appena la notizia si diffuse i mercanti iniziarono a tesaurizzare gli scellini puri e ad utilizzare negli scambi solo le monete con un ridotto contenuto d'argento. La moneta cattiva aveva scacciato quella buona.

Già Nicolò Copernico nel suo trattato «Monetae cudendae ratio» («Sul conio della moneta») concepito originariamente nel 1517 per il re Sigismondo I di Polonia aveva descritto un fenomeno simile, mettendo in guardia la Dieta prussiana tenutasi a Grudziądz nel 1522 sui rischi ad esso connessi. Per questa ragione, in alcuni casi, il principio viene definito «Legge di Gresham-Copernico». Cosa sta alla base di questo principio che genera un processo di selezione ed espulsione di un tipo di moneta da parte di un altro? Anche in questo caso si gratta dell'asimmetria informativa, naturalmente.

Il problema delle asimmetrie informative

La stessa della quale stiamo parlando, ormai, da diverse settimane. Sosteneva al riguardo George Stigler, Nobel per l'Economia nel 1982, che l'«informazione è potere» e che troppo a lungo gli economisti hanno trascurato i problemi associati al costo della ricerca delle informazioni. E questo ne ha ridotto fortemente la capacità di comprendere fenomeni importanti.

Se, invece, teniamo conto del valore e del costo dell'informazione possiamo capire, per esempio, che quando una moneta passa di mano ci sarà sempre una parte più informata e una meno informata. La parte informata è quella che ha detenuto fino a quel momento la moneta, che l'ha potuta pesare, magari far analizzare con precisione e ne conosce il valore reale oltre che quello nominale.

L'altra parte, quella meno informata, invece, è quella parte che deve accettare la moneta come contropartita di una transazione, di uno scambio nel quale si riceve la moneta in cambio della cessione di un bene. Il valore reale del bene è certo, quello della moneta, invece, è incerto, perché in circostanze simili verificare il valore reale della moneta è complicato, poco pratico e, soprattutto, eccessivamente costoso.

Una serie di condizioni che possono compromettere l'affare. Il mercante meno informato accetta, forse con la riserva mentale che tanto anche lui, avendo accertato la vera qualità della moneta, avrà la possibilità di riscambiarla oppure di tesaurizzarla.

È la presenza di questa informazione privata a determinare l'inefficienza del mercato e, al limite, una situazione nella quale tutti scambiano beni per un certo valore reale con monete che hanno lo stesso valore nominale ma un valore reale molto più basso. Un mercato in queste condizioni rischierebbe di collassare rapidamente.

Per questo occorre prendere contromisure. Per esempio, molti iniziarono a coniare monete con il bordo zigrinato. Una procedura perfezionata da Isaac Newton nel 1698 quando occupava il ruolo di Guardiano della Zecca Reale. Una caratteristica che troviamo ancora oggi in molte delle nostre monete pensata per rendere più evidenti gli effetti della tosatura e per complicare una eventuale contraffazione.

Non è “solo” un problema con la moneta

C'è un secondo elemento interessante che il passaggio di Aristofane citato in apertura mette in luce: la legge di Gresham, in qualche modo, non riguarda solo la moneta. Ne «Le rane» si fa riferimento alle persone, alcune delle quali, i «saggi, galantuomini valorosi e giusti, »vengono allontanate e disprezzate, mentre quelle meno valorose, «spregevoli e discendenti da gente spregevole, di questi – dice il Corifeo - ci serviamo per ogni uso». Qual è il significato di questo passaggio? Che la particolare forma di inefficienza che descrive la legge di Gresham non è che un caso particolare di una più ampia gamma di fenomeni che va sotto il nome di «selezione avversa».

Ogni qual volta esista informazione privata sulle caratteristiche di un bene o di una persona allora si apre la possibilità che si verifichi un processo di selezione avversa. Di che tipo di informazione stiamo parlando? Per esempio, quando un produttore ha informazioni migliori rispetto a quelle che possono avere i consumatori rispetto alla qualità dei beni prodotti e venduti; oppure, quando un dipendente ha informazioni più precise di quelle che potrebbe avere il suo datore di lavoro rispetto alle sue capacità, alla sua attitudine al lavoro di gruppo, all'impegno che è disposto a profondere, alla sua reale esperienza; e, ancora, quando un imprenditore si rivolge agli investitori per farsi finanziare il suo ultimo progetto, questi conoscono, certamente meno di lui, i particolari relativi a tutti quei fattori che potranno influenzare la probabilità di riuscita del progetto e, quindi, la restituzione del prestito.

Cosa sono, dunque, le etichette sui generi alimentari, i colloqui di lavoro e i periodi di prova e le istruttorie che la banca conduce prima di concederci un prestito, se non strumenti atti a far emergere l'informazione privata e a mitigare l'asimmetria informativa? Il rischio altrimenti quale sarebbe? La selezione avversa, appunto. Sul mercato si venderebbero solo alimenti di pessima qualità, si assumerebbero a salari bassissimi solo lavoratori a bassa produttività e le banche si troverebbero a dover finanziare, a tassi elevatissimi, solo progetti estremamente rischiosi. Per evitare queste forme di inefficienza diventa interesse anche della parte pienamente informata poter condividere in maniera credibile le informazioni private con la parte meno informata.

Perché se io sono realmente un lavoratore volenteroso e capace ho tutto l'interesse a poter comunicare questo al mio potenziale datore di lavoro. Se il mio progetto imprenditoriale avesse davvero ottime probabilità di riuscita vorrei che ciò fosse chiaro anche ai potenziali investitori. Allo stesso modo, se la qualità del cibo che vendo fosse realmente alta, vorrei poterlo far sapere in maniera credibile a tutti i miei potenziali clienti. Ecco da cosa emerge la necessità che le parti informate possano “segnalare” le caratteristiche nascoste dei loro beni o dei loro progetti ai potenziali acquirenti o investitori, in modo da essere creduti.

La segnalazione come antidoto alla selezione avversa

Questa forma di «segnalazione» è uno dei principali antidoti alla selezione avversa; può prendere la forma, per esempio, di un titolo di studio, di una garanzia “soddisfatti o rimborsati”, di una certificazione da parte di terzi. Perfino quando le nostre guance arrossiscono stiamo mandando un segnale credibile delle nostre qualità caratteriali non osservabili, così come quando le gazzelle saltano davanti a un predatore invece di scappare non fanno altro che dirgli: «guarda che io sono in forma e agile. Se devi scegliere una preda non sono quella migliore perché io ti darò filo da torcere. Scegline un'altra».

Poi ci sono le prove di iniziazione nelle culture tradizionali che sono volte a segnalare il coraggio e la destrezza, in genere dei giovani maschi in cerca di una compagna. Non è un caso che la pressione evolutiva e la trasmissione culturale abbiano fatto sì che la propensione al rischio raggiunga il suo picco in un'età compresa tra i 13 e i 16 anni di età. Poi, ancora, c'è il “consumo cospicuo”, come lo definiva Thorstein Veblen, tipico delle nostre società affluenti: l'acquisto di beni vistosi, appariscenti, di solito tanto costosi quanto inutili, che, in quanto osservabili pubblicamente, segnalano la caratteristica, non direttamente osservabile, dell'entità del proprio conto in banca.

In fondo fanno lo stesso quelli che si accendono il sigaro dando fuoco ad una banconota o quei mafiosi che, come in «Brodway Danny Rose» di Woody Allen, si sfidano a chi strappa più mazzette di centoni. Sono segnali che, naturalmente veicolano informazioni differenti, ma tutti utilizzati per ridurre l'asimmetria informativa, per veicolare attraverso segnali osservabili caratteristiche altrimenti nascoste. Come abbiamo visto la natura in questo ci è maestra, non sempre noi ci dimostriamo discepoli alla sua altezza.


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