Cassazione

Le riprese fatte dalla vittima provano lo stalking del socio di studio

Sono utilizzabili per il divieto di avvicinamento le video registrazioni fatte dal contitolare dello studio professionale nelle parti comuni dell’edificio

di Patrizia Maciocchi

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(Adobe Stock)

Sono utilizzabili per il divieto di avvicinamento le video registrazioni fatte dal contitolare dello studio professionale nelle parti comuni dell’edificio


2' di lettura

Via libera all’uso in tribunale, come serio indizio di atti persecutori, delle riprese che il contitolare dello studio professionale fa nelle parti comuni dell’edificio per dimostrare il reato commesso dal «socio» nei suoi confronti. La Cassazione (sentenza 32544) respinge il ricorso contro l’applicazione della misura cautelare del divieto di avvicinamento, scattata grazie alle immagini girate all’interno dello studio e nell’androne di accesso allo stabile. Il presunto persecutore contestava il mancato rispetto delle norme processuali per captazioni ambientali con immagini e dialoghi, fatte all’interno dello studio professionale, nelle parti comuni e nel bagno, oltre che in alcune zone condominiali.

La sentenza

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Le parti comuni dell’edificio

Ad avviso della difesa inutilizzabili secondo la disciplina della prova atipica e anche perchè prive delle autorizzazioni previste dall’articolo 266 del Codice di rito penale per le intercettazioni. Nel ricorso si insiste sulle riprese fatte di nascosto dal contitolare, in violazione delle norme sulla tutela della privata dimora. Per la Suprema corte però i video girati nelle parti comuni dell’edificio erano sufficienti per fornire i seri indizi necessari.

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Via libera all’utilizzo se l’indizio è serio

Registrazioni fatte nelle pertinenze condominiali da un privato e non dalla polizia giudiziaria, alle quali non possono essere assimilate per quanto riguarda il presupposto dell’ammissibilità previsto dall’articolo 266. Circostanza che rende del tutto infondata l’eccezione. Le intercettazioni “rubate” dal privato cittadino hanno accesso in tribunale, non come prova atipica ma come documenti (articolo 234 del Codice di rito penale), e non possono essere considerate acquisite illegittimamente. La Cassazione esclude che la presunta vittima abbia commesso il reato di interferenza illecita nella vita privata. A renderle “buone” per le indagini è la loro decisività come indizi. Tanto illuminanti da rendere ininfluenti le ulteriori riprese fatte nello studio.

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