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Le riviste di Condé Nast diventano titoli globali e il gruppo torna in utile

Le strategie del global ceo Roger Lynch: «In due anni abbiamo assunto oltre 300 persone con varie specializzazioni e competenze digitali. Puntiamo sugli eventi per coinvolgere il nostro pubblico»

di Giulia Crivelli

Sui siti Condé Nast si possono vedere contenuti e acquistare prodotti

3' di lettura

La rivoluzione digitale ha fatto molte vittime nell’editoria mondiale, ma è stata – e continua a essere – una grande opportunità di ripensamento e cambiamento. La moda è un caso esemplare, perché è tra le industrie più globalizzate e non c’è Paese dove gli strumenti digitali non l’abbiano trasformata, dall’e-commerce alla comunicazione, dalla distribuzione all’editoria, appunto. Condé Nast, un gruppo che, di fatto, non aveva mai conosciuto periodi di crisi, ha dovuto, come tutti, reinventarsi. Il turnaround è stato affidato nel 2019 a Roger Lynch, che in meno di due anni ha riportato il gruppo in utile e, forse, ci è riuscito perché ama l’editoria, ma viene da altri mondi: Condé Nast aveva bisogno, come spesso accade, di uno sguardo dall’esterno, per quanto appassionato.

Roger Lynch (photograph by Matthew Staver) 

«Per molti anni le edizioni locali delle riviste di Condé Nast sono state una forza e un tratto distintivo della casa editrice – spiega Lynch –. Ma il mondo è cambiato molto velocemente e dobbiamo tutti avere una visione locale e globale allo stesso tempo. Vogue America o Vogue Italia, nell’edizione cartacea e in quella online, avranno sempre dei contenuti pensati per il pubblico americano e italiano, ma allo stesso tempo abbiamo creato un’autentica osmosi tra le edizioni di tutti i Paesi, grazie a un team editoriale globale, e lo stesso vale per GQ, Wired e CN Traveller».

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Lynch è il primo “global ceo” di Condé Nast e non è solo questione di aggettivi: prima del suo arrivo, ogni filiale locale aveva un team editoriale e di manager indipendente. «Siamo tutti consapevoli dell’impatto che la rivoluzione digitale ha avuto sulle nostre vite, ma è più difficile, per un’azienda, capire come sfruttarla a proprio favore – sottolinea Lynch –. In due anni abbiamo assunto oltre 300 persone con varie specializzazioni e competenze digitali, perché la sostanza e la qualità dei contenuti offerti da Condé Nast non cambia, ma devono cambiare i modi in cui li offriamo e vendiamo, aggiungendone di nuovi, sempre sfruttando il digitale».

Prima di arrivare in Condé Nast, Lynch è stato ceo di Pandora e non si pensi ai gioielli danesi, perché si tratta della più grande piattaforma americana di streaming musicale. Prima aveva fondato Sling TV, facendolo diventare il service numero uno, sempre negli Stati Uniti, per lo streaming di programmi sportivi e di intrattenimento. Non stupisce quindi che sotto la sua guida la divisione Condé Nast Entertainment (Cne), con sede a New York, sia diventata una delle più grandi società americane di produzione di contenuti video, veicolati sulle piattaforme del gruppo e su YouTube. Nel 2021 la Cne ha prodotto oltre 4mila video e generato circa 1,3 miliardi di view al mese.

«Eventi come il Vogue Met Gala Red Carpet o il Vanity Fair Oscar Party Red Carpet hanno battuto ogni record precedente di audience – spiega Lynch –. Ma non vogliamo solo mostrare i red carpet e i “dietro le quinte” dei grandi eventi della moda e dello spettacolo, è importante creare occasioni per coinvolgere le persone nel mondo reale ed è quello che è successo a New York in settembre con Vogue World, evento a metà tra sfilata, shopping esclusivo e spettacolo».

Potremmo definire l’evento una naturale evoluzione di quella Vogue Fashion Night Out annunciata da Anna Wintour e dall’allora sindaco di New York Michael Bloomberg nel 2009 per rilanciare la passione cittadina per lo shopping di moda dopo la crisi innescata dal fallimento di Lehman Brothers del 2008. L’iniziativa venne replicata in moltissimi Paesi e tante città, Italia compresa, e Vogue World, la cui anima è ancora una volta quella di Anna Wintour, è la versione post Covid e post rivoluzione digitale della Vogue Fashion Night Out. «Le persone che non hanno potuto partecipare fisicamente lo hanno fatto in streaming, con la qualità di immagini e produzione che oltre dieci anni fa non era pensabile», conclude Lynch.

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