Opinioni

Le scialuppe del Titanic ed il cambiamento climatico

di Sergio Vergalli

5' di lettura

E' il 14 aprile 1912. Sono le 23.38 ed una bellissima nave sta solcando le onde dell'Oceano Atlantico verso New York. Il mare è tranquillo, il cielo è limpido e stellato. Manca solo la luna. Si ode lo sciabordio delle onde che si rifrangono sulla prua del Titanic. Alle 23.40 le vedette avvistano ad occhio nudo un enorme iceberg dritto di prora e lanciano l'allarme. La nave è troppo veloce e la virata troppo limitata per evitare lo scontro. La nave si inabissa alle 2.20 del 15 aprile. I sistemi di sicurezza risultano troppo limitati e le scialuppe di salvataggio sono insufficienti per poter salvare tutte le persone a bordo.
La tragedia del Titanic è forse una delle storie più narrate al mondo. E quando la si ascolta, restano sempre alcuni “se” nella nostra testa. E “se” la nave fosse andata meno veloce? E “se” le due vedette avessero avuto gli adeguati cannocchiali? E “se” i compartimenti stagni fossero stati più sicuri? E “se” le scialuppe fossero state sufficienti per tutto l'equipaggio?
Ma il Titanic era inaffondabile: nulla avrebbe potuto fermare il progresso.
La sua storia porta a riflettere in merito agli errori che si possono commettere quando si è troppo convinti di una verità, senza avere alcun dubbio e senza considerare possibili eventi futuri avversi, seppur improbabili. C'era una piccola possibilità di uno scontro con un iceberg. Purtroppo si è verificata. Forse bisognava prestare attenzione a tutti quei “se”.
E se sapessimo di dover solcare mari caratterizzati dalla presenza di iceberg? Probabilmente cambieremmo strategia, aumentando le scialuppe, i compartimenti stagni, riducendo la velocità di crociera.
Questo è quello che sicuramente bisognerebbe fare per affrontare l'avvicinarsi dell'iceberg del cambiamento climatico. E' stato avvistato a prora ed al momento è abbastanza lontano. Quello che dobbiamo fare noi è decidere quali azioni adottare: da un lato possiamo rallentare, per poter virare in modo opportuno (quella che viene definita come “strategia di mitigazione”); dall'altro possiamo ancora aumentare il numero di scialuppe, nello sventurato caso ci scontrassimo con l'iceberg (“strategia di adattamento”).
In realtà stiamo accelerando: la Cina ha aumentato la produzione di carbone; l'India ha posticipato al 2070 l'obiettivo “Emissioni-zero”. Queste due notizie, insieme, sintetizzano lo stato delle negoziazioni della COP26. E' un tipico problema di bene pubblico: tutti sanno che sarebbe giusto ridurre le emissioni globali di CO2 e gli effetti sulla temperatura, perché ciascuno ne beneficerebbe, ma nessuno vuole fare la prima mossa. Il beneficio di una riduzione delle emissioni è comune, il costo invece è privato. Nel caso specifico, alcuni Paesi (India, Cina, Russia ed i Paesi in via di Sviluppo) vorrebbero che la prima mossa fosse compiuta dai Paesi sviluppati, perché per anni, questi ultimi, sono cresciuti emettendo CO2 a danno degli altri Paesi, caratterizzati da tassi di crescita più bassi. I Paesi sviluppati invece non vogliono muoversi senza un accordo che coinvolga tutti, perché da un lato sanno che non si può raggiungere l'obiettivo di un aumento della temperatura di soli 1.5°C, senza uno sforzo congiunto (è inutile che io pulisca la mia strada, se il mio vicino continua a sporcarla!), dall'altro sanno che l'impegno costa risorse e può anche implicare una minor crescita, a vantaggio dei Paesi che non partecipano. E' un tipico comportamento che gli economisti chiamano “free riding”: un individuo può beneficiare dello sforzo altrui. Ed il fatto che gli Stati abbiano avuto percorsi di sviluppo temporalmente sfasati non aiuta affatto. All'inizio sono stati i Paesi sviluppati a crescere sulle spalle degli altri (causando inquinamento), ora sono i Paesi in via di sviluppo che chiedono ai primi di rallentare, riducendo l'inquinamento storico. E ci si trova di fronte ad uno stallo decisionale che gli economisti chiamano “coordination failure”. E' anche vero che più l'iceberg si avvicina e più gli Stati devono coordinarsi per evitare la collisione. Sempre più imminente. Ma potrà essere raggiunto questo accordo comune?
La risposta è molto complessa e potrebbe non essere particolarmente positiva. L'aspettativa è che si raggiunga un compromesso ma che esso non sia soddisfacente per perseguire l'ambizioso obiettivo di limitare l'aumento della temperatura a +1.5°C, come è stato annunciato dopo il G20 (e come è stato già precedentemente più volte auspicato e promesso). Oltretutto promettere un obiettivo fuori dal proprio controllo diretto, non è un segnale troppo positivo di per sé, perché ci potrebbero essere troppe cause che ne determinano il mancato perseguimento. Un discorso è promettere di guidare con cautela mantenendo una velocità al di sotto di un certo valore (cioè un vincolo sulle emissioni) ed una cosa più difficile è promettere di non fare incidenti (cioè una promessa sulla temperatura). Magari una persona pensa di essere talmente brava alla guida, da non causare incidenti a velocità elevate. E' quindi più credibile una promessa su un obiettivo che una persona è in grado di controllare direttamente, piuttosto che su qualche cosa che può essere controllata, forse, solo indirettamente. Il mancato perseguimento dell'obiettivo potrebbe dipendere dal mancato coordinamento fra gli Stati. E' probabile che si ottengano impegni da parte degli Stati ed anche alcuni possibili accordi di coordinamento. Tuttavia è quasi certo che già ora essi non siano sufficienti.
Inoltre c'è un ulteriore problema. Questa volta di natura tecnica. Anche se si raggiungessero gli accordi politici, non è detto che si riescano ad abbattere le emissioni nei tempi stabiliti. Non è infatti facile sostituire la capacità produttiva delle risorse fossili con le risorse rinnovabili. Le tecnologie di produzione sono differenti: per fare un esempio, il fotovoltaico produce nelle fasce orarie diurne, con potenze notevolmente più basse di una produzione con gas o carbone. Siamo sicuri di essere in grado di sostituire tutta la produzione oggi (con una domanda di energia comunque in crescita) con risorse nuove? E' possibile farlo, probabilmente, ma con tempi molto più lunghi di quelli richiesti e, forse, con tecnologie che ad oggi non sono ancora pienamente efficienti (per non dire “esistenti”). Da quello che sta emergendo in questi mesi, la necessità di impianti rinnovabili è molto più elevata di quella che si riesce a mettere in campo in questo. Bisognerebbe aumentare notevolmente lo sforzo. E bisogna sicuramente farlo. Ma evitando strappi. Se il passaggio non è infatti graduale si può assistere a pressioni domanda ed offerta che fanno schizzare i prezzi dell'energia alle stelle, causando un rallentamento della produzione e “strozzature” sul lato delle offerta di prodotti. Come è successo di recente al prezzo del gas, aumentato a causa di un aumento della domanda che l'offerta non è stata in grado di soddisfare in pieno. E dire che in molti casi le risorse finanziare per la transizione energetica sembrano esserci. Ciò che sembra mancare sono i progetti.
Mettendo insieme tutti questi pezzi del puzzle, quello che emerge è che lo spazio di manovra del Titanic sia sempre più ridotto. Ed è altamente improbabile che si riesca ad evitare l'impatto. Allora che fare?
Da un lato bisogna comunque rallentare i motori e cercare di invertire la rotta. E' imperativo farlo per ridurre il più possibile il danno. Dall'altro purtroppo dobbiamo già ora intraprendere delle politiche di adattamento, indirizzando le risorse economiche anche in questa direzione. Le politiche di adattamento, come le scialuppe di salvataggio, servono come piano B nel caso in cui non si riesca ad evitare l'impatto. E devono essere programmate per tempo, affinché possano essere efficienti. Una delle possibili strategie da affiancare è quella dell'adozione di assicurazioni legate ai rischi climatici. Le assicurazioni possono infatti stimolare comportamenti più virtuosi e generare un gettito utile per finanziare l'adattamento.
In definitiva, bisogna aumentare il più possibile le scialuppe di salvataggio sul pontile del Titanic, per essere pronti.
Il paradosso è che, come sappiamo, il cambiamento climatico causa lo scioglimento dei ghiacciai. In questa eventualità, il Titanic si sarebbe salvato. Ma, probabilmente, non sarebbe comunque riuscito a raggiungere New York, perché la città sarebbe stata sommersa dalle acque.

Sergio Vergalli, Università degli Studi di Brescia e Fondazione Eni Enrico Mattei (FEEM)

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