Il vertice di Roma

Le sfide ambiziose di un rinnovato multilateralismo

di Sergio Fabbrini

(LaPresse)

4' di lettura

Oggi si concluderà la riunione del G20 presieduta dal premier italiano Mario Draghi. È un gran bene che l’Italia lo presieda con la personalità più prestigiosa di cui dispone. Si tratta di una riunione di grande importanza per i problemi globali da affrontare. Il G20 era nato alla fine del secolo scorso (1999) per affrontare la crisi finanziaria asiatica, per quindi divenire uno dei forum della global governance. Dopo tutto, esso è costituito dalle venti principali economie mondiali che, insieme, rappresentano poco più dell’80% del Pil mondiale e circa il 75% del commercio internazionale, oltre ché quasi due terzi della popolazione mondiale. Le decisioni del G20 possono avere un grande effetto, ma raggiungerle non sarà facile, per via dei vincoli strutturali e politici che lo imprigionano. Vediamo perché. Cominciamo dai vincoli strutturali. La globalizzazione è in grande difficoltà. L’apertura dei commerci che si era realizzata con la fine della Guerra Fredda (1989-1991) aveva consentito di raggiungere importanti risultati.

Più di un miliardo di persone sono state liberate dalla povertà assoluta. Tuttavia, ciò era avvenuto attraverso una drastica dislocazione delle attività produttive che aveva penalizzato aree economiche e territoriali nei Paesi sviluppati. Di qui la crescita di vociferanti movimenti populisti e nazionalisti impegnati a contrastare la globalizzazione, con barriere al commercio o con muri agli spostamenti. Naturalmente, l’introduzione di quelle barriere ha peggiorato, invece di migliorare, le condizioni di chi si è sentito colpito dalla globalizzazione. Come si vede nel Regno Unito, con gli scaffali vuoti nei supermercati oppure le lunghe fila di automobili per fare il pieno della benzina. Tuttavia, se il populismo non è stata una risposta efficace, non lo sarebbe neppure il ritorno alla globalizzazione sbilanciata del passato. Un ritorno improbabile, peraltro, visto che quel tipo di globalizzazione ha attivato una dinamica politica, innanzitutto negli Stati Uniti, che non si fermerà facilmente. Di qui, il paradosso di un mondo che ha bisogno dell’interdipendenza economica ma che rifiuta quella politica. La direttrice generale dell’Organizzazione mondiale del commercio, Ngozi Okonjo-Iweala, nella Lectio per il Dottorato honoris causa in Politics ricevuto l’altro ieri dalla Luiss Guido Carli, ha ricordato come «i vaccini Pfizer, BioNTech e Moderna hanno componenti che provengono da 19 Paesi, AstraZeneca da 15 Paesi, Johnson & Johnson da 12 Paesi». Una interdipendenza economica, appunto, accompagnata da crescenti tensioni politiche tra le grandi potenze, in particolare tra America e Cina, che sembrano spingere verso una nuova Guerra Fredda: è peraltro singolare che il leader cinese Xi Jinping non sia venuto di persona a Roma. Eppure, senza la collaborazione di questi due Paesi è impossibile raggiungere gli obiettivi che si è posto il G20, come la vaccinazione del 40% della popolazione mondiale entro il 2021 e del 70% entro la metà del 2022, l’uscita dal carbone entro il prossimo decennio, l’estensione oltre il 2021 del pagamento dei debiti dei Paesi più poveri. Il mondo richiede un rinnovato multilateralismo per andare avanti, la vecchia logica di potenza spinge per mandarlo indietro.

Loading...

Vediamo ora i vincoli politici. Il G20 non avrà successo se le democrazie delle due sponde dell’Atlantico non riusciranno a realizzare massicci piani di investimento per promuovere una crescita sostenibile sul piano ambientale e sociale. Ma qui, le notizie non sono buone. In America, sebbene l’arrivo di Joe Biden alla Casa Bianca e di una maggioranza democratica nelle due camere del Congresso avesse fatto sperare nella fine del nazionalismo aggressivo di Donald Trump, le difficoltà sono tutt’altro che superate. Tant’è che Biden è stato costretto a rivedere al ribasso il suo programma di investimenti di 3.500 miliardi, che includeva un investimento di 550 miliardi contro l’effetto serra e per sostenere la produzione di veicoli elettrici e di 600 miliardi per favorire l’inclusione sociale (come i sussidi all'infanzia per le famiglie più povere). Un programma che Biden aveva addirittura presentato come uno sviluppo del New Deal delle presidenze di Franklin D. Roosevelt (1933-1945) e della Great Society delle presidenze di Lyndon B. Johnson (1963-1969). Non solo per l’opposizione dei repubblicani, particolarmente forte al Senato, ma anche per quella della componente radicale dei democratici, guidata da Alexandria Ocasio-Cortez alla Camera, Biden ha dovuto ridimensionare in maniera significativa la consistenza di quel programma. Le cose non sono migliori nell’altra sponda dell'Atlantico. È vero che i fondi di Next Generation EU (NG-EU) sono stati finalizzati, per più del 30%, a sostenere la transizione verso attività ambientalmente neutrali, oltre ché a favorire la digitalizzazione e l’inclusione. Ma è anche vero che la spinta di NG-EU è rallentata da battaglie di retroguardia, come il conflitto con la Polonia sulla rule of law, oltre ché dalla contro-mobilitazione di piccoli interessi nazionali e grandi pregiudizi ideologici il cui fine è il ritorno alle regole dell’Europa pre-pandemica, che di investimenti ne aveva visti pochi. È difficile che il G20 possa raggiungere i suoi obiettivi con un’America divisa e un’Europa nostalgica dell’austerità.

Il G20 romano si è posto obiettivi importanti. Tuttavia, senza la leadership delle democrazie, sarà difficile raggiungerli. La debolezza delle democrazie è un ostacolo alla soluzione dei problemi globali.

Riproduzione riservata ©

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti