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Le società aurifere si risvegliano e in Borsa corrono più dell’oro

di Sissi Bellomo

(Fotogramma)

3' di lettura

Per anni sono state un pessimo investimento, spesso incapaci di apprezzarsi in Borsa persino durante i rally dell’oro. Ma le società aurifere si sono finalmente risvegliate. Dall’inizio dell’anno il comparto ha corso a una velocità più che doppia rispetto al lingotto, che pure è salito questa settimana ai massimi da 10 mesi, oltre 1.340 dollari l’oncia.

Le quotazioni del metallo prezioso sono avanzate di circa il 4% nel 2019, ma i titoli delle minerarie che lo estraggono in generale hanno fatto di meglio: il Van Eck Vectors Gold Miners, un Etf che rispecchia l’andamento dei big del settore (anche se è piuttosto sbilanciato verso titoli canadesi), guadagna il 10% mentre il Ftse/Jse Africa Gold Mining Index sfiora addirittura il 20 per cento.

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Certo, la ripresa dell’oro ha aiutato. E non è insolito che un repentino rialzo delle valutazioni del metallo, come quello avvenuto di recente,si traduca in un balzo ancora più significativo per le società aurifere.

Ma oggi in gioco ci sono anche altri fattori, che potrebbero continuare a sostenere un settore che peraltro ha saputo in gran parte riparare agli errori del passato, facendo pulizia in bilancio e imparando a controllare i costi in modo molto più oculato.

Decisivo per riaccendere l’attenzione degli investitori verso il comparto è stato l’improvviso ritorno dell’M&A: fusioni e acquisizioni importanti, come non se ne vedevano da tempo. A settembre la canadese Barrick Gold ha rilevato Randgold Resources per 6 miliardi di dollari e appena tre mesi dopo – con un’operazione da 10 miliardi – il colosso statunitense Newmont Mining le ha di nuovo strappato il podio di primo produttore aurifero, acquistando Goldcorp .

Il merger ha appena ricevuto via libera dalle autorità canadesi e Newmont si avvia alle nozze con risultati di tutto rispetto: i conti diffusi ieri mostrano utili superiori alle attese nel quarto trimestre 2018 (40 cents per azione anziché i 25 previsti dal consensus), una produzione in crescita dell’8% a 1,44 milioni di once e costi “all-in” di appena 835 $/oncia, contro i 910 $ di un anno prima.

La fase di consolidamento nel settore aurifero potrebbe essere solo agli inizi, secondo molti analisti. E questo potrebbe scaldare ulteriormente i corsi azionari, specie se anche l’oro continuerà la traiettoria positiva: uno sviluppo plausibile con le politiche monetarie che stanno tornando espansive e con gli hedge funds ancora impegnati a riacquistare le posizioni “corte” (alla vendita) che l’anno scorso avevano accumulato a livelli record.

A solleticare le fantasie del mercato, nonostante i tentativi falliti nel passato, è ancora viva l’ipotesi di una super fusione tra New Barrick e quella che ora è la Newmont Goldcorp: il nuovo ceo di Barrick, Mark Bristow, ha detto al Wall Street Journal che «avrebbe senso trovare un modo» per combinare quanto meno le operazioni dei due gruppi in Nevada.

Anche senza arrivare al matrimonio tra i due giganti, sia Barrick che Newmont hanno comunque già detto che cederanno parecchi asset. E poi ci sono diverse società aurifere tuttora sottovalutate, che potrebbero diventare bocconi ghiotti: gli analisti citano ad esempio Kinross Gold, Iamgold e Newcrest.

«Quando le minerarie cominciano ad acquistarsi tra loro – osserva Shaniel Ramjee, senior investment manager di Pictet – questo significa che il mercato sta sottovalutando il valore dei loro asset, in questo caso dell’oro ancora da estrarre». «Le società del settore – prosegue Ramjee – hanno valutazioni attraenti non solo in relazione alle loro riserve aurifere e al prezzo dell’oro, ma anche rispetto agli altri titoli del comparto delle materie prime e in confronto alle altre azioni in generale».

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