Startup

Le startup ragionano per prototipi. Solo così possono restare innovative

di Luca Tremolada

2' di lettura

Le startup ragionano per prototipi. Le aziende no. O non lo fanno ancora. O non abbastanza. Se si volesse tracciare una riga per capire cosa rende una startup innovativa rispetto, per esempio, a un grande gruppo tecnologico si arriverebbe a questa conlusione. I “piccoli” sono costituzionalmente destinati a ingegnerizzare delle idee e dei bisogni che il mercato esprime. Trasformarle in servizi e prodotti. Incrociare le dita. E sperare che qualcuno le adotti. Chi? Il mercato, un venture capital o una industria tradizionale a corto di idee nuove.

Avviene più o meno così in Silicon Vallery, nei grandi conglomerati coreani, nelle cittadelle universitarie cinesi o nella “Startup Nation” israeliana. Da questo punto di vista l’innovazione delle startup si misura tutta nello stesso modo. Non vince chi sopravvive ma chi crea un nuovo mercato.

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Lo ha fatto la Apple quando ha inventato nel 2007 iPhone e l’app store. L’economia delle app per smartphone oggi vale 1.300 miliardi di dollari tra applicazioni a pagamento, pubblicità e acquisti mobile.

Lo fanno in piccolo le centinaia di startup che nascono, crescono e spariscono alla velocità della luce dal mercato perché acquisite dalle grande piattaforme digitali (Google, Facebook, Amazon, Apple, Microsoft) o da Big Pharma o da chi di mestiere non può permettersi di rimanere fermo o godere di rendite di posizoni.

Prendiamo il caso di Google. Nell’ultimo anno secondo Cb Insights è ricorso alle startup per innovare undici volte. L’operazione più clamorosa tre anni fa quando per 600 milioni si portà a casa la britannica Deep Mind Technologies (oggi Google DeepMind), un'azienda che studia tecniche per l'apprendimento automatico. Nonostante gli 11 miliardi di dollari in ricerca e sviluppo anche Apple ha dovuto guardato fuori dai propri laboratori affidandosi a sette startup per non perdere terreno rispetto ai rivali.

Ma a controllare gli innovatori-dal-basso non ci sono sole le grandi piattaforme digitale. L’industria dell’auto l’anno scorso ha investito un miliardo di dollari spalmati su 87 accordi con startup che ricomprendono le aree di maggiore interesse per lo sviluppo delle vetture: software per la guida assistita, connessione delle vetture, infoitanment, oltre a business più rodati come l'elettrificazione i sistemi car sharing.

In Italia la starup innovativa è nata da un punto di vista giuridico sei anni fa. Ne sono nate più di ottomila, molte, forse troppe nel digitale a dimostrazione che la nostra impresa è ancora indietro sul fronte della digital trasformation. Per misurare l’impatto innovativo un indicatore è quello delle exit. Dal 2010, le startup italiane hanno chiuso 100 exit. Il dato si riferisce solo a operazioni che hanno coinvolto società tra Europa e Stati Uniti. Il nostro Paese è un esportatore netto di innovazione. A ogni acquisizione conclusa da aziende italiane, ci sono due startup che volano all’estero. Le società coinvolte in queste operazioni sono varie, così come sono varie le attività delle startup acquisite: dal biomedicale al digital advertising, dalle prenotazioni online alle soluzioni cloud, dall’e-commerce alle consegne a domicilio fino alla web tv. In comune hanno la forma mentis. Tutte hanno ragionato fin dall’inizio per prototipi.

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