Giù dal lettino

Le storie, la vita, la morte: Joan Didion

Il 23 dicembre scorso la scomparsa della scrittrice, giornalista e sceneggiatrice americana

di Vittorio Lingiardi e Guido Giovanardi

3' di lettura

Sul finire dell'anno ci ha lasciato Joan Didion, scrittrice, giornalista, sceneggiatrice americana. Molti l'hanno conosciuta grazie al documentario Netflix “Il centro non reggerà”, girato dal nipote, l'attore e commediografo Griffin Dunne. Vogliamo omaggiarla qui, “giù dal lettino”, perché Didion è stata una fautrice dello scendere giù, dallo scrittoio, per le strade, tra le persone, per raccogliere e raccontare storie.

«Noi ci raccontiamo storie per vivere» è l'incipit di una delle sue raccolte di saggi più belli, “The White Album”.

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“New Journalism”

Esponente del “New Journalism”, Didion, oltre a cinque romanzi, ci ha infatti lasciato alcuni reportage fondamentali per capire la nostra contemporaneità. Libri come Verso Betlemme e Finzioni politiche hanno sondato in profondità il sogno americano: Didion ha raccontato i sogni e le illusioni degli hippies di San Francisco, degli sposi usciti dall'industria matrimoniale di Las Vegas, del circo politico legato alla campagna elettorale presidenziale del 1988, immergendo se stessa, da una costa all'altra degli USA, nella vita delle persone raccontate, mettendosi spesso a nudo (meraviglioso il suo saggio sulla sua fascinazione per l'archetipo della maschilità, John Wayne).

Joan Didion (Afp)

“L'anno del pensiero magico”

Ma il libro a cui siamo più legati è sicuramente “L'anno del pensiero magico”, vincitore del National Book Award, scritto dopo la morte del marito John Gregory Dunne, amato partner di vita e di lavoro (insieme hanno firmato sceneggiature come Panico a Needle Park). Perché Didion, oltre all'importanza delle narrazioni “per vivere”, ci ha raccontato anche il rapporto con la morte e l'elaborazione del lutto.

«La vita cambia in fretta. La vita cambia in un istante. Una sera ti metti a tavola e la vita che conoscevi è finita» è una delle tante folgoranti verità del suo memoir.

Sempre presente sulla scena del mondo, Didion questa volta rivolge lo sguardo dentro di sé e racconta il dolore della perdita come nessuno aveva fatto prima. “L'anno del pensiero magico” è un libro fondamentale per comprendere come ci difendiamo dal pensiero inaccettabile della fine, della perdita, della solitudine, dopo la scomparsa di chi amiamo. Il “pensiero magico” è quello dei bambini, il processo mentale che mette sullo stesso piano realtà e fantasia (per esempio, un bambino che dice che la Luna è una palla che ha appena lanciato in cielo). Didion si rende conto di usarlo spesso, «come se i miei pensieri o i miei desideri avessero il potere di rovesciare la storia dei fatti». Allora tiene i vestiti del marito nell'armadio e trema quando il dottore la chiama per la donazione degli organi. «Come poteva tornare indietro, John, se gli toglievano gli organi, come poteva tornare indietro se non aveva le scarpe?».

Scrivere questo resoconto l'aiuta a dare senso allo sconcerto, piano piano nel libro si fa strada una nuova consapevolezza: «So perché ci sforziamo di impedire ai morti di morire: ci sforziamo di impedirglielo per tenerli con noi. So anche che, se dobbiamo continuare a vivere, viene il momento in cui dobbiamo abbandonarli, lasciarli andare, tenerceli così come sono, morti».

Oggi, tra le pieghe della perdita che segnano la nostra epoca, perdite di vita, libertà e senso del futuro, e tra le lusinghe del pensiero magico, l'attesa del miracolo scientifico o la negazione delle incertezze della scienza, avremmo molto bisogno del suo scandaglio per comprendere ed elaborare il nostro tempo.


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