Interventi

Le tante facce del caos tributario

di Enrico De Mita

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3' di lettura

I tributi sono governati da leggi. Il diritto tributario è uno dei settori giuridici più complessi e difficili: si può dire che è un diritto di secondo grado perché richiede la conoscenza del diritto privato, del diritto commerciale, amministrativo, processuale, penale e internazionale. In alcuni Paesi la materia viene studiata come corso post-universitario. In Italia lo studio è ancora più arduo, per la complessità dell’ordinamento, dove non sono rintracciabili princìpi chiari, dove mancano leggi generali sull’applicazione delle imposte, dove gli studiosi tributari sono continuamente sottoposti a variazioni per esigenze di gettito di breve periodo.

C’è un circolo vizioso che è difficile rompere: l’evasione causa una legislazione minuziosa e complessa e l’ordinamento che ne deriva fa aumentare a sua volta l’evasione. I soggetti interessati all’applicazione delle imposte sono milioni fra persone fisiche e persone giuridiche.

Esiste una finzione: che il contribuente sia capace da solo di leggere e capire la legge, quindi che possa difendersi da solo nel processo fiscale e rispondere personalmente degli atti formalmente sottoscritti. Ma la realtà è diversa da quella finzione. Come fu rilevato al momento della riforma tributaria, la quasi totalità dei contribuenti, non essendo in grado di orientarsi nel labirinto delle disposizioni di legge, delle sentenze e delle circolari, si trova nella necessità di rivolgersi a un esperto, con un aggravio di spese tanto più sensibile quanto minore è l’entità del caso.

E in Italia tutti sono esperti fiscali. Un mio amico laureato in lettere classiche fa il consulente Iva. Ma non tutti i consulenti Iva sono laureati: sarebbe un lusso. E la quantità dei contribuenti produce una moltiplicazione abnorme di esperti. La gamma è infinita: va dai diplomati, ai laureati, ai docenti medi, a quelli universitari e, ovviamente, agli avvocati che all’università non sempre hanno studiato diritto tributario.

Per produrre questo immenso esercito di esperti l’università non basta. Nascono così scuole e istituti sedicenti post-universitari (una finezza) affidati per lo più a neolaureati, che nelle migliori delle ipotesi hanno appena superato un corso di diritto tributario. Spesso avviene che queste scuole impartiscono, in incontri detti pomposamente “seminari”, lezioni che hanno la pretesa di far conoscere in due giorni tutto sul reddito d’impresa, dal diritto sostanziale a quello applicativo e, perché no, a quello penale. Ognuno cerca di accreditarsi come professionista di una materia della quale conosce ben poco o nulla. Ci troviamo di fronte a un fenomeno sul quale qualche riflessione va fatta.

Il fenomeno è in buona parte di costume e di “libertà del mercato” e, quindi, non ci sono ricette a portata di mano. Ma qualche indicazione di medio termine può essere data.

Il Parlamento e, quindi, i partiti politici debbono cominciare a riflettere su queste cose, dando prima di tutto l’esempio in casa propria affidando i problemi fiscali a parlamentari preparati e disinteressati che esistono in tutti i partiti, anche se sono pochi.

Una riconsiderazione della professione del fiscalista, alla luce della recente esperienza, si impone. Non si tratta di preferire questa o quella corporazione nella guerra che oggi si fanno, ma un problema giuridico non può essere affidato a chiunque.

L’amministrazione finanziaria dovrebbe, poi, predisporre uffici incaricati di fornire consulenza gratuita a chi la chiede. Si tratterebbe del resto solo di generalizzare e meglio organizzare l’attività che l’amministrazione già svolge quando risponde con risoluzione a questi particolari posti da contribuenti. Il reclutamento di nuovi impiegati destinati a questa attività, con la dovuta selezione, risolverebbe anche problemi occupazionali del settore. E nella misura in cui eliminasse contenzioso, tale attività si presenterebbe anche con il pregio dell’economicità.

Per quanto riguarda l’università va rafforzata la preparazione teorica, rifuggendo da assurde tentazioni praticistiche: la pratica si fa nella pratica. Tanto più è raffinata la preparazione teorica tanto più diventa facile l’attività professionale. Nella facoltà di giurisprudenza a indirizzo professionale dovrebbe essere reso obbligatorio lo studio della ragioneria e di altre materie aziendali pertinenti. Una soluzione di questo genere, se ben perseguita, risolverebbe il problema del rapporto tra avvocati e commercialisti, nel senso che dovrebbe essere preordinata a fornire, con il concorso della facoltà di economia, un solo tipo di laureato tributarista, capace di affrontare e risolvere sia i problemi di diritto sia quelli estimativi.

Infine, un invito ai colleghi professori d’Università: rifiutarsi di coprire con il proprio nome scuole, istituti, seminari, pubblicazioni privi di serietà.

Un sistema tributario serio è un disegno di periodo lungo che esige il concorso di tutti. Ridimensionando la presenza ingombrante di tanti guastamestiere cresce il valore di chi vive la vita professionale non solo con il legittimo desiderio di una giusta remunerazione, ma anche con il gusto di contribuire a rendere più seria e più giusta la società nella quale viviamo.

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