il 21 marzo a tokyo

Potere ai petali: il rito del ciliegio in fiore in Giappone

di Stefano Carrer

L’anno scorso sono stati più di 140mila i turisti italiani in Giappone nei mesi di marzo e aprile, attratti dalla fioritura dei ciliegi che sta per iniziare: dal 18 marzo “viaggerà” alla velocità di 29 km al giorno

5' di lettura

Dove trovare la primavera più bella? Culturalmente parlando, la risposta non può essere che: in Giappone. La motivazione si chiama sakura: i fiori di ciliegio che, anche se non portano frutti - o magari anche per questo - rappresentano ben più di una manifestazione del mondo vegetale ma, assurti a simbolo di una nazione, sono entrati nell’immaginario collettivo internazionale. Certo è difficile per i non giapponesi cogliere le sfumature del mono no aware – una sorta di consapevolezza empatica e malinconica delle cose – associato al sakura, al pari del tema generale buddista dell’impermanenza. Ma è alla portata di tutti la contemplazione del trionfo di una bellezza effimera, che crolla poco dopo aver raggiunto il suo massimo splendore ma dà comunque il segnale del rinnovo degli irresistibili cicli della natura. Meno poeticamente, è d’obbligo per chi sta in Giappone nel periodo della fioritura unirsi agli allegri e rumorosi hanami, i déjeuner sur l’herbe sotto gli alberi di ciliegio fioriti che diventano party di ore e ore.

Le tappe del 2019
Quest’anno il Sakura Zensen, il fronte dei fiori di ciliegio, si appresta non solo a risalire l’arcipelago giapponese, come sempre, più o meno da sud a nordest, ma addirittura ad attraversare due epoche storiche: viaggiando a una velocità di circa 29 chilometri al giorno, dovrebbe iniziare a muoversi il 18 marzo da Fukuoka, nell’isola del Kyushu per affacciarsi il 28 aprile nell’Hokkaido, in tempo per dare il benvenuto a un nuovo imperatore. L’attuale monarca Akihito si dimetterà (primo a farlo da un paio di secoli) il 30 aprile per lasciare il Trono del Crisantemo al figlio maggiore Naruhito: dopo oltre trent’anni finirà l’era Heisei («Pace Ovunque») per lasciare spazio a una nuova epoca del calendario giapponese, di cui sarà annunciato il nome - composto da due ideogrammi - il primo aprile.

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Dopo un effimero e straordinario fuori stagione in ottobre (probabilmente provocato dai cataclismi della scorsa estate) - con grande inquietudine dell’intera nazione - i fiori di ciliegio dovrebbero sbocciare a Tokyo e Kyoto proprio nel giorno d’inizio della primavera, il 21 marzo, per trionfare nella piena fioritura per circa una settimana a partire dal 29 marzo, prima di una rapida caduta. Le previsioni vengono aggiornate continuamente, diventando una delle principali notizie dei telegiornali e oggetto di consultazione su apposite App: da alcuni anni sono entrate nel calcolo anche dei turisti stranieri per decidere quando andare in Giappone. Non a caso anche per il numero dei visitatori italiani (141mila in totale l’anno scorso) i mesi di marzo e aprile sono diventati equiparabili a luglio e agosto.

Non stupisce che il sakura - oltre a essere diventato un grande business, dalla regalistica al cibo a tema - faccia parte della diplomazia pubblica del Sol levante. Ogni primavera l’imperatore dà un party solenne per i dignitari stranieri all’insegna del sakura, mentre il governo giapponese tiene il suo “Sakura party” ufficiale al parco di Shinjuku a Tokyo, invitando migliaia di cittadini. Una tradizione irrinunciabile, saltata solo nel 2011 a causa dello tsunami e della crisi nucleare.

Gli hanami altrove (e all’Eur)
Ad esempio, il National Cherry Blossom Festival dura quasi un mese (quest’anno dal 20 marzo al 14 aprile) a Washington, a ricordo del dono di oltre 3mila alberi di ciliegio fatto nel 1912 dal sindaco di Tokyo Yukio Ozaki per celebrare l’amicizia tra le due nazioni. Secondo il Us National Park Service, i ciliegi in fiore «simboleggiano l’amicizia tra le nazioni, il rinnovo della primavera e la natura effimera della vita». Altri Cherry Blossom Festivals si tengono in varie città statunitensi: famosi quelli di Brooklyn e Macon (Georgia). Non va dimenticata Roma: fu Nobusuke Kishi, il nonno dell’attuale premier giapponese Shinzo Abe, a donare all’Italia nel 1959 i ciliegi che adornano il laghetto dell’Eur. Nell’occasione fu inaugurato il vialetto che attraversa il parco, battezzato Passeggiata del Giappone: chi non va nel Sol Levante può averne un assaggio culturale facendo l’hanami all’Eur.

Vent’anni prima del regalo giapponese a noi, Benito Mussolini era diventato (anche) un ciliegio, simbolo di amicizia tra Italia e Giappone: il «ciliegio Benito Mussolini» fu piantato, con rito shintoista, a Kawasaki il 30 novembre 1939, in una giornata fredda e piovosa di cui rimane traccia negli archivi della Farnesina. Del resto, Mussolini aveva donato oltre un decennio prima al Giappone una colonna pompeiana, rinvenuta negli scavi di Pompei, sormontata da un’aquila di bronzo, in omaggio ai samurai suicidi della «Byakkotai», ultimi eroi della resistenza in nome del cadente shogunato.

Il destino del samurai
Fin dall’affermarsi nel XII secolo della classe dei guerrieri professionali, i fiori di ciliegio ne hanno simbolizzato il destino di precarietà, in cui la morte è sempre dietro l’angolo, secondo l’etica del bushido. Il legame secolare di identificazione tra sakura e samurai, sfociato in un perverso sfruttamento dei fiori di ciliegio come bandiera del militarismo, si è sfumato fino a cadere nel dimenticatoio, salvo in Cina, dove sono ancora in molti a sentire un forte disagio, al punto da considerare antipatriottico commuoversi davanti ai petali che possono avere varie sfumature di rosa o di bianco. «Sakurakai» fu il nome di una associazione di fanatici ufficiali ultranazionalisti che nei primi anni Trenta del secolo scorso promossero falliti colpi di stato contro il governo civile.

«Cannoni e ciliegi in fiore» fu l’azzeccato titolo – paradossale solo per lettori occidentali – del libro sul Sol Levante scritto da Mario Appelius ottant’anni fa. La canzone forse più in voga durante l’ultima guerra mondiale fu «Douki no Sakura», tratta da una poesia sulla storia di cadetti della stessa classe dell’Accademia militare: da non confondere con «Sakura, Sakura», arcinota melodia inclusa financo nella pucciniana “Madama Butterfly”, divenne il canto d’addio preferito dei kamikaze. Peraltro Emiko Ohnuki-Tierney, nel suo studio del ruolo del sakura nell’ideologia totalitaria («Kamikaze, fiori di ciliegio e nazionalismi: la militarizzazione dell’estetica nella storia giapponese») evidenza che gli studenti-kamikaze consideravano il sakura non tanto in termini militaristici, ma come simbolo di una bellezza dolorosa e delle ambiguità della loro breve esistenza. Acqua passata, per fortuna. Oggi l’ambiguità del sakura sta piuttosto nel contrasto delle persistenti profondità di significati e simboli con le allegre e formidabili mangiate e ubriacature all’ombra degli alberi che non produrranno mai ciliegie.

Calendario giapponese
Sarà ancora tempo di sakura, ma solo in Hokkaido, quando il Giappone cambierà era il primo maggio: il nuovo imperatore si presenterà al pubblico il 4 maggio presso il Palazzo imperiale nel centro di Tokyo, poco dopo la metà della tradizionale “Golden Week” che quest’anno manderà in vacanza i giapponesi più del solito, per ben dieci giorni (dal 27 aprile al 6 maggio compresi). Un regalo senza precedenti del governo per accompagnare la transizione epocale, accolto per lo più con gratitudine con l’eccezione dei broker finanziari (che temono una chiusura tanto prolungata di Borse e mercato valutario). Non ordinaria sarà anche la fine di giugno, con il primo vertice G20 ospitato dal Giappone (a Osaka il 28-29), mentre dal 20 settembre al 2 novembre andranno in scena i Campionati mondiali di Rugby e il 22 ottobre ci sarà la cerimonia dell'insediamento ufficiale del nuovo imperatore. Prodromo a un 2020 in cui, dal 24 luglio al 9 agosto, l'appuntamento sarà con i Giochi Olimpici e Paralimpici di Tokyo, a 56 anni da quelle del 1964 che sancirono la rinascita economica della nazione. Osaka, poi, replicherà nel 2025 la sua storica Expo del 1970.

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