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Le tensioni con il capo sul lavoro non possono essere considerate «straining»

Il rapporto interpersonale, specialmente in una relazione gerarchica e continuativa, è in se possibile fonte di tensioni ma non sfocia in uno stress tale da causare malattie

di Patrizia Maciocchi

2' di lettura

Le divergenze con il capo, finché si resta nei toni urbani, non possono essere considerate «straining», lo stress in ambiente di lavoro. E dunque non fonte di quello stress tanto accentuato da sfociare in una malattia. La Corte di cassazione (sentenza 24339) respinge così il ricorso di una dipendente comunale, che si era rivolta ai giudici lamentando una situazione di mobbing nel suo ufficio e, in particolare, da parte di un suo superiore. Un trattamento che si era tradotto in un demansionamento e in varie vessazioni. Per la donna, tutto era da attribuire a una reazione alle sue denunce, per le irregolarità nella selezione dei dirigenti a cui riconoscere posizioni organizzative. Un ricorso che era passato in primo grado ma non in Corte d’Appello. E neppure in Cassazione.

Il datore deve tutelare anche il morale dei lavoratori

I giudici di legittimità escludono il mobbing in assenza di prove su demansionamento e vessazioni. L’impiegata, infatti, lavorava e svolgeva compiti non marginali. La Suprema corte si concentra allora sul cosiddetto straining, per valutare se il datore di lavoro, fosse venuto meno al suo dovere di assicurare, anche in base all’articolo 2087 del Codice civile, un ambiente di lavoro sano, in tutti i sensi. Secondo la norma, posta a tutela delle condizioni di lavoro, «l'imprenditore è tenuto ad adottare nell’esercizio dell’impresa le misure che, secondo la particolarità del lavoro, l’esperienza e la tecnica, sono necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro». Solo la verifica di un ambiente che consenta di svolgere la propria attività in modo sicuro, può essere utile ad escludere che il datore sia inadempiente, perché il lavoro non è nocivo «per la connotazione indebitamente stressogena».

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Il rapporto gerarchico fonte di tensioni

Basandosi però sulle prove assunte dalla Corte di merito la Cassazione, afferma che il tipo di stress provato non poteva essere fonte di malattia. La situazione fotografata dai giudici è più o meno la fotocopia di quanto avviene in quasi tutti gli ambienti di lavoro, al netto di poche isole felici. Tra l’impiegata e il suo capo c’erano evidenti divergenze. Ma da parte del responsabile del servizio, i toni erano rimasti sempre urbani e non denigratori. È il quadro di un “vivace” confronto interpersonale sul luogo di lavoro. Non evidenzia la “nocività” ma solo la dose di “disagio” quasi inevitabile, ad avviso dei giudici, in condizioni di lavoro comuni. E questo «perché - si legge nella sentenza - il rapporto interpersonale, specie se inserito in una situazione gerarchica continuativa, è in sè, possibile fonte di tensioni». Ma va escluso che possa sfociare in una malattia del lavoratore «se non vi sia esorbitanza nei modi rispetto a quelli appropriati per il confronto umano».

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