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Le trappole della politica di bilancio

La discussione pubblica sulla Nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza (Nadef) ha riproposto la divisione tra il Partito del Possibile e il Partito del Necessario. Anche se entrambi condividono una valutazione positiva sulla nascita del nuovo governo (che ci ha riportato su una traiettoria centripeta nei confronti dell'Europa), le differenze tra di loro sono emerse con ruvidezza. Ecco perché

di Sergio Fabbrini

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4' di lettura

In ogni contesto, vi sono spesso due partiti (o correnti di pensiero), il Partito del Possibile e il Partito del Necessario. Il primo parte dalle condizioni in cui si opera, per giungere a indicare ciò che è possibile realizzare in quelle condizioni. Il secondo parte dalle necessità che occorre affrontare, per giungere a indicare le nuove prospettive da perseguire.

La discussione pubblica sulla Nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza (Nadef), appena resa pubblica nelle sue linee essenziali, ha riproposto la divisione tra i due Partiti. Anche se entrambi condividono una valutazione positiva sulla nascita del nuovo governo (che ci ha riportato su una traiettoria centripeta nei confronti dell'Europa), le differenze tra di loro sono emerse con ruvidezza. Perché?

La politica economica è il risultato di valutazione tecniche, ma anche di condizionamenti politici. Se consideriamo questi ultimi (che costituiscono la cosiddetta politics of economic policy, intraducibile in italiano), si può dire che la politica economica italiana è il risultato delle pressioni provenienti da tre aree di interessi.

La prima area è rappresentata dalla costellazione di interessi sociali, economici e amministrativi che dipendono dal nostro bilancio pubblico. Quest’ultimo è indispensabile per garantire beni collettivi (come la scuola o la sanità pubbliche) senza la fornitura dei quali l’Italia non sarebbe un Paese democratico. Tuttavia, dentro quella costellazione di interessi sociali, vi è una constituency che difende la propria rendita di posizione. È la constituency che si oppone a ogni razionalizzazione (o spending review) del bilancio pubblico, minacciando di sottrarre consenso elettorale a chi intende perseguirla.

La seconda area di interessi è rappresentata dai Paesi che fanno parte, con noi, dell’Eurozona, un'area monetaria che ha istituzionalizzato (a causa della sua incompletezza) un complesso sistema regolativo delle politiche economiche nazionali dei Paesi membri. Tale sistema regolativo è indispensabile per garantire beni collettivi (come la stabilità finanziaria) senza i quali l’unione monetaria non produrrebbe vantaggi. Tuttavia, dentro tale costellazione di interessi europei, vi è una constituency (di Paesi del nord Europa) che si oppone ad ogni riequilibrio tra i Paesi membri dell’Eurozona, in quanto minaccerebbe la sua rendita di posizione. La terza area di interessi è rappresentata dai mercati finanziari che raccolgono e investono i risparmi di famiglie e imprese con cui si alimenta l’attività economica. Quei mercati sono indispensabili per garantire beni collettivi (come l’attività produttiva) senza i quali il sistema economico non potrebbe funzionare. Tuttavia, dentro quella costellazione di interessi finanziari, vi è una constituency che guarda esclusivamente ai suoi vantaggi di breve periodo a danno di una valutazione più complessiva.

La politica di bilancio deve muoversi tra queste aree di interesse, con un debito pubblico che, nel luglio scorso, aveva raggiunto il 136 per cento del Pil (oltre 2.400 miliardi). Così, se il governo si preoccupasse esclusivamente delle sue constituencies elettorali interne aumentando la spesa, attiverebbe una risposta inevitabile del sistema regolativo dell’Eurozona e dei mercati finanziari. Con la conseguenza che le risorse che si volevano aumentare per ragioni sociali finirebbero per essere utilizzate per soddisfare interessi finanziari. E viceversa, se il governo si allineasse agli interessi dei Paesi dell'Europa del nord, finirebbe per alienarsi le sue constituencies elettorali nazionali. Per liberarsi dal cappio del debito pubblico, ci vorrebbe un robusto progetto riformatore per contrastare le posizioni di rendita presenti nelle tre aree di pressione. Occorrerebbe intervenire sulle tax expenditures, sapendo però che dietro ognuna di esse ci sono specifiche constituencies elettorali. Occorrerebbe riformare le regole e la governance dell’Eurozona, sapendo però che si andrebbe contro l’establishment politico-finanziario dei Paesi del nord, secondo il quale il modello export-led adottato dai loro Paesi è quello “naturale” per un’unione monetaria. Anche se quell’establishment è poi costretto a riconoscere che, nelle attuali condizioni di stagnazione economica e guerre commerciali internazionali, il modello export-led non riesce più a funzionare, se non viene integrato da un modello demand-led, cioè basata su investimenti domestici, pubblici e privati (come richiesto dai Paesi del sud). Un riconoscimento, tuttavia, balbettante, se si considera la lettera, sottoscritta l’altro ieri da ben 6 ex membri del board della Banca centrale europea del nord Europa, contro Draghi e le sue politiche di quantitative easing. Occorrerebbe intervenire infine sui mercati finanziari per neutralizzare le loro logiche di rendimento a breve-brevissimo periodo, riportando l’economia reale al centro dell'attività produttiva. Niente male, come programma riformatore. E intanto?

Dato il livello del nostro debito pubblico, è comprensibile che il Partito del Possibile ricordi come, una volta disinnescate le clausole dell’Iva, fosse rimasto ben poco per investire sulla crescita. Così come è comprensibile che il Partito del Necessario replichi che, se non si interviene con scelte radicali come la forte riduzione del cuneo fiscale, non si creeranno mai le condizioni di una crescita che possa condurre alla riduzione (percentuale) del debito. Il Partito del Necessario deve fare sentire la propria voce (come ha fatto giovedì scorso il presidente dell’Assolombarda Bonomi o come hanno fatto autorevoli leader sindacali in dibattiti pubblici), rivendicando la necessità di pensare in grande mentre tutto spinge verso piccole soluzioni. A sua volta, il Partito del Possibile deve richiamare alla realtà dei conti (come sta facendo il ministro dell'Economia Gualtieri in ogni occasione), per non esporsi alle reazioni dei mercati e dell'Eurozona. Il confronto tra i due Partiti è utile se non si trasforma, però, in una divisione. Solamente alleandosi, infatti, essi potranno sperare di neutralizzare le posizioni di rendita che intrappolano il presente (possibile) e il futuro (necessario) dell’Italia.

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    Sergio Fabbrinieditorialista

    Luogo: Luiss Guido Carli

    Lingue parlate: francese, spagnolo

    Argomenti: Scienze politiche, relazioni internazionali

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