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Le tre E per imparare ad abbracciare l’economia circolare

«Le opportunità offerte dall’economia circolare attirano l’attenzione di regolatori nazionali e locali, oltre che di gestori patrimoniali e investitori.

di Andrea Urbinati

(Adobe Stock)

3' di lettura

«Le opportunità offerte dall’economia circolare […] attirano l’attenzione di regolatori nazionali e locali, oltre che di gestori patrimoniali e investitori. Le imprese che faranno da apripista in questo processo conseguiranno il vantaggio associato, mentre quelle che rimarranno bloccate nel paradigma dell’economia lineare si troveranno sempre più in difficoltà». Così scrivevano Ellen MacArthur e Andrew Morlet, fondatrice e chief executive officer di Ellen MacArthur Foundation nella prefazione al Manuale della Circular Economy di Lacy et al. (2021). E forse il cuore della questione in merito alla bontà della transizione circolare è tutta in queste poche righe.

Perché bisogna superare il modello di economia lineare? Quali sono i vantaggi (economici e sociali) che si generano nella transizione circolare? In che modo i soggetti interessati a tale transizione possono contribuirvi?

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Primo spunto. Il nostro sistema economico ha sempre fatto leva sul principio che le risorse naturali a disposizione sono infinite e sempre infinita sarà la possibilità di usare tali risorse per soddisfare una domanda crescente di beni e servizi. Mentre potremmo essere tutti d’accordo sul fatto che la domanda per nuovi beni e servizi cresca, sulla infinita disponibilità delle risorse naturali, ahimè, bisogna fare un passo indietro. Nei centri urbani, ad esempio – dove vive la maggior parte della popolazione mondiale – viene consumata la maggior quantità di risorse naturali. Per di più, il rapporto tra crescita della popolazione e consumo di risorse naturali è 1 a 3. Inoltre, il 15 maggio scorso, abbiamo raggiunto in Italia l’Overshoot Day, abbiamo cioè esaurito le risorse naturali generate dal nostro Paese per l’intero anno e che non saremo più in grado di rigenerare.

Mi gioco quindi la prima “E”: Evangelizzazione, facendo mio un wording che era già stato introdotto in un articolo pubblicato nel 2017 su «Harvard Business Review Italia» per presentare il modello del marketing mix circolare. Se un modello di economia lineare seguito fino a oggi – con elevato utilizzo di risorse naturali ed elevata produzione di rifiuti dalle attività di trasformazione e consumo – non è più sostenibile, ecco allora la necessità di un processo di indottrinamento e persuasione di tutti gli attori economici, i policy maker, e la società nel suo complesso. In una parola, appunto, evangelizzazione.

Secondo spunto. Non è un caso che il termine «economia circolare» inizi con la parola «economia». È anzitutto un modello economico che deve generare valore (economico e sociale, appunto) per tutti coloro che lo adottano. Non va “venduto” quindi come il modello economico più bello del mondo, piuttosto bisogna analizzare pro e contro associati alla sua adozione.

Qui mi gioco la seconda “E”: Economic value. A parere di chi scrive, l’adozione dell’economia circolare non va vista soltanto come una riduzione dei costi (ad esempio, perché consumo meno materie prime nei processi di produzione), ma anche e soprattutto come una leva per la creazione di nuove opportunità di business, sia per far crescere e migliorare la redditività aziendale, sia per incentivare lo sviluppo
di nuove occupazioni lavorative.

Terzo spunto. A partire da una frase che papa Francesco aveva pronunciato un paio di anni fa in una preghiera per la fine della pandemia: «Ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme». Messaggio carico di speranza che spinge a una maggiore coesione sociale per affrontare la crisi pandemica. Al pari della pandemia, anche la transizione circolare rappresenta una forte discontinuità e con impatti su tutti gli attori economici, i policy maker e la società nel suo complesso.

Ecco allora la terza “E”: l’Ecosistema degli stakeholder in gioco. Sarà la collaborazione esercitata da questi soggetti l’elemento chiave per massimizzare l’efficacia della transizione circolare: ad esempio, la collaborazione tra attori di una stessa filiera per facilitare una più efficace (ri)circolazione delle risorse nel ciclo economico, o anche la collaborazione tra attori operanti in filiere diverse per dare luogo a un (re)impiego continuo delle risorse in logica di multi-filiere collaborative.

Concludo. Per un’efficace osservanza delle tre keyword sopra menzionate, sarà necessaria la ricerca di un punto di equilibrio tra le possibilità e le impossibilità dell’economia circolare. Cito per l’appunto il fumetto «The Impossibilities of the Circular Economy» col quale ho avuto la fortuna di imbattermi recentemente su 360° Dialogues. Il messaggio è chiaro: decidere di abbracciare l’economia circolare senza valutarne la sostenibilità nel lungo periodo, è incompatibile con un modo virtuoso di fare impresa, quello al quale noi studiosi di management siamo tanto affezionati.

Direttore del Centro sull’innovazione tecnologica e l’economia circolare di Liuc Business School e vicedirettore del Green Transition Hub della Liuc – Università Cattaneo

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