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Bce, le 3 eredità di Draghi alla Lagarde

Il commiato di Mario Draghi dalla Bce ha due certezze e una incognita. Le certezze riguardano la solidità della nave e la bontà della rotta finora seguita. L’incognita riguarda la rotta futura che dovrà seguire Christine Lagarde

di Donato Masciandaro

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(Afp)

Il commiato di Mario Draghi dalla Bce ha due certezze e una incognita. Le certezze riguardano la solidità della nave e la bontà della rotta finora seguita. L’incognita riguarda la rotta futura che dovrà seguire Christine Lagarde


4' di lettura

Il commiato di Mario Draghi dalla Bce ha il sapore del saluto del comandante di un vascello che lascia il timone con due certezze e una incognita. Le certezze riguardano la solidità della nave e la bontà della rotta finora seguita. L’incognita riguarda la rotta futura: se quella seguita finora si è dimostrata efficace, gli interrogativi non mancano sulla sua efficacia futura. Forse anche all’interno dello stesso equipaggio della banca centrale.

Nessuno si aspettava che il consiglio della Bce annunziasse nuove decisioni di politica monetaria. Nondimeno grande era l’attesa su quello che si sarebbe detto – o non detto – sulla rotta che la Banca centrale europea ha annunziato dallo scorso settembre: una accentuazione della espansione della liquidità, che ha nei fatti interrotto il cosiddetto processo di normalizzazione della politica monetaria dell’Unione. Una decisione che sembra aver provocato frizioni, dentro e fuori l’istituto di Francoforte.

Il consiglio della Bce ha ribadito la bontà della scelta fatta, anche alla luce dell’evoluzione dei dati da allora a oggi. L’incertezza continua a prendere il proscenio della scena macroeconomica. Quindi Draghi ha avuto gioco facile nel sottolineare che l’accentuazione dell’approccio espansivo, che ha sostituito un percorso di sua graduale attenuazione, è stata una giusta decisione.

Al timone in un’epoca di mareggiate eccezionali
Il passaggio di consegne da Draghi alla nuova presidentessa Christine Lagarde finisce così per essere contrassegnato da due aspetti. Da un lato, la presidenza Draghi è coincisa dal punto di vista macroeconomico con mareggiate staordinarie, proprio nel senso letterale del termine. La doppia crisi recessiva che l’Unione europea ha subito nel periodo compreso tra il 2008 e il 2013 ha posto la Bce di fronte a una sfida inedita: evitare la cosidetta stag-deflazione.

La stag-deflazione è un mix congiunturale davvero tossico: famiglie, imprese e banche sono intrappolate da una profonda sfiducia del futuro, che fa innalzare l’avversione al rischio: un effetto domino macroeconomico che parte dalla caduta di consumi, investimenti e crediti bancari e finisce nel ristagno della produzione e dei prezzi, con aspettative al ribasso che, autoalimentandosi, possono innescare una spirale viziosa tra stop della produzione e crollo dei prezzi.

La rotta seguita da Draghi
La Bce ha affrontato la sfida provando a sbloccare la trappola delle aspettative con un attacco a tre punti: tassi a breve nei rapporti bilaterali con le banche in territorio negativo; acquisti sistematici di titoli sui mercati finanziari per spingere verso il basso anche i tassi di interesse a lunga; annunzi vincolanti per influenzare la caduta anche dei tassi futuri. Draghi ha rivendicato la bontà di tale rotta: l’evidenza empirica raccolta dalla Bce racconta sempre la stessa storia: la politica monetaria non convenzionale ha prodotto risultati sia sul fronte dei tassi, che su quello della crescita e dei prezzi.

Non solo: anche il disegno istituzionale della Bce ha avuto una parte importante nel determinare l’efficacia della politica monetaria. È questo un punto ribadito più volte da Draghi: è stata fondamentale la coerenza tra obiettivi e strumenti della azione monetaria rispetto al disegno del mandato della Bce. Un mandato che assegna un ruolo prioritario alla tutela della stabilità monetaria, che diviene il pilastro a cui appoggiare anche le altre politiche economiche, in un gioco a somma positiva per la crescita economica.

L’appello alla politica di bilancio comune
Significativo è stato il richiamo al rapporto tra politica monetaria e politica fiscale. Da un lato, il coordinamento tra politica fiscale e monetaria è sempre possibile e benvenuto, purché – aggiungiamo – non sia solo uno stratagemma dei politici per catturare la politica monetaria per i propri interessi di consenso ed elettorali.

Da un altro punto di vista, la capacità di una banca centrale che opera in un’unione monetaria tra Stati diversi sarà tanto meno a rischio quanto più si fanno passi concreti verso una politica fiscale comune. È un chiaro messaggio alle cancellerie europee, se hanno voglia di ascoltarlo. Tirando le somme: la nave Bce, seguendo la rotta Draghi, ha fatto superare all’Unione le Scilla e Cariddi della stag-deflazione.

Falchi, colombe e piccioni
Ma ora la domanda diventa: è questa rotta valida anche per i prossimi mesi? Qui le posizioni nella prospettiva del dopo Draghi saranno verosimilmente tre: i falchi, le colombe, e i piccioni. La strategia dei falchi sarà accentuare i limiti e i rischi della politica monetaria, se continuerà ad usare in modo sistematico gli strumenti non convenzionali. Limiti e rischi che già ora si conoscono – ha chiosato Draghi – ma che almeno finora non hanno danno problemi.

Opposte saranno invece le critiche delle colombe, che attribuiranno l’anemia inflazionistica a un’eccessiva timidezza dell’atteggiamento espansivo della politica monetaria, chiedendo alla Bce di continuare l’esplorazione delle terre incognite degli interventi non convenzionali. Infine ci saranno coloro che ritengono che l’attuale strategia sia quella giusta; sono i piccioni, che amano lo status quo e preferiscono non allontanarsene, per ragioni sia razionali che psicologiche. Oggi i piccioni rappresentano la maggioranza del consiglio Bce. Sarà così anche nei prossimi mesi?

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