MICROCOSMI

Le tre facce del nord in trasformazione

di Aldo Bonomi

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3' di lettura

A ogni passaggio importante nella storia del Paese, e questo lo è, riappare l’eterno dualismo tra Nord e Sud. Dopo essere andato per microcosmi nelle città distretto e nelle città medie passando per Milano, mi accorgo di aver raccontato un pezzo di Nord in metamorfosi. Una volta tra Nord e Sud si era incuneata una Terza Italia protagonista di una via diversa allo sviluppo, oggi pare essere tornati all’antico dualismo, sebbene declinato con parole e problemi nuovi. Anche nella formazione del governo. Penso invece, che il Paese tenga e vada avanti solo se riconosce e mette al centro le diversità territoriali che attraversano e articolano le due grandi aree, non tornando all’antico schema Nord-Sud. Il racconto del “largo Nord”, più che rimandare a una primazia ci segnala una crisi e una metamorfosi dove coesistono diversi modelli di capitalismo. La distinzione tra un Nord Ovest di grande impresa e un Nord Est dei distretti è venuta meno da tempo: al suo posto emergono tre Nord, articolati lungo linee di divisione che sono sia faglie divisive, che potenziali dimensioni di messa a terra delle politiche.

V’è un Nord metropolitano, costituito dai grandi poli terziari e dell’economia della conoscenza globale, macchine produttive e residenziali dense, alimentate dalle economie dei flussi, e che nella divisione del lavoro mondiale, sono divenute aree funzionalizzate all’economia-mondo. Forza trainante è un’iper industria dei servizi e della messa a valore di socialità e qualità della vita, con la faglia principale che articola la concentrazione dei capitali con la frammentazione sociale e del lavoro: da un lato, con la scomposizione delle grandi concentrazioni di lavoro terziario in reti produttive da fabbrica diffusa, fino al lavoro a domicilio; dall’altro lato, con le mille reti di un proletariato terziario metropolitano divenuto essenziale nel lockdown, ma rimasto pura merce-lavoro.

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C’è poi un Nord intermedio, intreccio di urbano e territoriale, addensato in uno spazio geografico imperniato su corridoi urbani, industriali e infrastrutturali della fascia pedemontana da Varese a Pordenone, che ha come vertice occidentale l’hinterland di Milano e verso sud l’asse urbano-industriale emiliano da Piacenza ad Ancona, e da polarità presenti a Nord Ovest. È il Nord teatro di un processo di neoindustrializzazione del capitalismo molecolare, salto adattivo di imprese, filiere e interi territori verso i meccanismi dell’economia-mondo. È il Nord della media-impresa e delle città medie, ma caratterizzato anche da un modello policentrico imperniato anche su città-distretto più piccole ma al centro di sistemi produttivi e dalle nebulose urbane delle aree metropolitane. Oggi questa società deve comprendere come anche i vettori di crescita con cui abbiamo scavallato la prima crisi del 2008, le medie imprese, abbiano forse raggiunto il proprio “tetto di cristallo” della crescita. Un limite intrinseco che ha a che fare con la capacità di incorporare in questo modello di sviluppo l’impatto dei limiti ambientali e sociali e la scarsità di beni pubblici, evitando il prodursi di una contraddizione tra un modello sociale a elevato consumo di risorse collettive e ambientali, e la trasformazione del motore del capitalismo molecolare, l’imprenditorialità.

C’è anche un Nord fatto di piccole comunità-polvere, nelle terre alte dell’arco alpino o dell’asse appenninico, e di territori enclave di fragilità sociale nelle terre basse padane. È un nord che nella pandemia è stato investito da molto storytelling come possibile alternativa al “pieno virale” delle metropoli, ma che finisce sotto i riflettori per lo più se assume il volto del rancore. Occorrerebbe mapparne le differenze per capirne la composizione sociale.

Questi tre Nord sono a loro volta attraversati da una divisione della composizione sociale del lavoro, esito dell’accelerazione pandemica, articolata nelle figure del lavoro “remotizzato”, delle figure sociali minacciate o già travolte dal collasso, e dei settori abbarbicati alla tenuta delle economie verticali. È riconoscendo e tenendo assieme queste articolazioni territoriali, più concrete di un astratta distinzione unica tra Nord e Sud, che potremmo costruire un reale potere di capacitazione sociale delle politiche. Capendo che ciò che va evitato è il separarsi o il perimetrarsi delle due prospettive: del Nord come “piccola Baviera” in Europa e il Sud laggiù nel Mediterraneo. Si arranca a Sud ma non si ride al Nord per riposizionarsi nella geoeconomia della crisi ambientale e l’andare verso il digitale. Qui, va messo in mezzo il Recovery Plan anche come produzione di coesione sociale e territoriale. Giuseppe De Rita nel suo libro Il lungo Mezzogiorno rammenta l’insopportabiltà dei dualismi Nord-Sud, auspicando processi di autocoscienza e autopropulsione collettiva. Cioè la capacità di rimettere in moto quella virtù e quel tessuto di interessi e passioni italiche che chiamo l’operosità. Speriamo di farcela.

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