Atlante del dopo pandemia

Le tre riforme chiave per lasciarsi alle spalle il ventennio perduto

di Mario Baldassarri

4' di lettura

All’inizio degli anni duemila avremmo dovuto capire tre cose: il mondo era cambiato, l’Europa doveva cambiare e l’Italia non poteva più rimandare le riforme strutturali.

E invece, in questi 20 anni, gli Stati Uniti hanno percorso la miope strada del bipolarismo con l’America first di Trump, clamorosamente confermata da Biden con l’accordo con Australia e Regno Unito per far fronte alla Cina, escludendo l’intera Europa.

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L’Europa si è “allargata” ma non si è “approfondita” come minimo verso una politica estera e una politica di difesa-sicurezza-immigrazione comuni.

In Italia nove governi non sono bastati per fare le riforme strutturali.

Per l’Occidente è stato quindi un “ventennio perduto”, cominciato con l’attacco alle due Torri e finito con il ritorno dei Talebani a Kabul.

Ora, l’Occidente, se c’è, ha solo due anni per costruire subito assetti istituzionali adeguati alla nuova geopolitica e geoeconomia del XXI secolo. Se non lo fa, questo sarà il secolo dell’Asia con in testa la Cina, con gli Stati Uniti isolati e l’Europa che non c’è.

Da oltre due decenni viviamo in un “mondo globalizzato” senza un governo “globale”.

La pandemia da Covid ne è la dimostrazione più clamorosa e drammatica. È evidente che occorre un “governo” del mondo che decida come dare i vaccini a tutti i 7 miliardi di abitanti del pianeta terra, costruendo un welfare globale a partire dalla salute.

Il “vecchio” governo del mondo del G7 non è più in grado di affrontare questo nuovo mondo. Occorre un nuovo G8.

Oggi abbiamo un timido G20, presieduto quest’anno dall’Italia.

Ecco allora l’occasione per definire, all’interno del G20, un “comitato esecutivo”, un nuovo G8, che rappresenti la nuova mappa economica del mondo del XXI secolo. Sette sono i membri di fatto e cioè: Cina, Stati Uniti, India, Giappone, Russia, America Latina, Africa. E l’Europa… ha solo un posto comune, se si divide... a quel tavolo non c’è.

Su “questo” mondo va incardinato il presente e il futuro dell’Unione Europea.

Di fronte alla pandemia, la Ue ha fatto un primo necessario “salto di qualità”.

Ha sospeso il Patto di stabilità e i parametri di Maastricht. Alla politica monetaria della Bce, ha affiancato il Next generation Eu (Ngeu) come embrione di una nuova politica di bilancio europea con l’inizio di un debito pubblico comune.

È urgente però decidere subito due cose: come rendere permanente il Ngeu e come definire nuovi parametri per un nuovo Patto di stabilità.

L’attuale bilancio ordinario europeo 2021-2027 è di circa 150 miliardi di euro all’anno (l’1% del Pil dell’intera Unione), è finanziato dai singoli Stati nazionali e non prevede nessun debito comune.

Il “compito” dell’Unione europea è ora quello di “raddoppiare” il bilancio ordinario, “aggiungendo” un vero bilancio federale di altri 150 miliardi di euro all’anno coperto in parte con entrate proprie dell’Unione e in parte accendendo un debito comune federale. Si tratta cioè di avere un Ngeu “permanente” e non “una tantum”.

La Ue avrebbe così un bilancio pari al 2% del Pil, ancora ben lontano dal 25% del bilancio federale degli Stati Uniti d’America, ma sarebbe la pietra d’angolo di quella che dovrà essere l’Europa “politica” del XXI secolo.

Sul nuovo Patto di stabilità e crescita vanno escluse dal deficit le spese per investimenti e va sostituito all’avanzo primario (parametro puramente aritmetico) quello dell’“avanzo di parte corrente” (che si chiama risparmio pubblico) e per ogni 1% di avanzo corrente (autofinanziamento) si può permettere almeno il 2% di investimenti pubblici in più in deficit.

Si tratta cioè di introdurre una Platinum rule ancor più efficace e rigorosa rispetto alla Golden rule di Robert Solow. Sarebbe come per le famiglie quando decidono di comprare una casa pagando un anticipo del 30% e accendendo un mutuo per il restante 70 per cento. Tutta in contanti, forse, non la potrebbero mai comprare. Il vecchio Patto con l’azzeramento del deficit costringe tutti gli Stati a pagare “in contanti” tutte le spese, investimenti compresi.

Infine l’Italia.

Da un mio studio, in uscita sui Working Papers della Fondazione Tarantelli/Cisl, si conferma che un efficace, corretto e consistente utilizzo del Ngeu potrà dare un forte impulso alla ripresa, +6,1% nel 2021 e +4,7% nel 2022. Questo “rimbalzo” ci porterà a recuperare nel 2022 il livello di Pil reale del 2019.

Nel 2019, però, il nostro Pil reale pro-capite era ancora inferiore a quello del 2000, unico Paese in Europa. Significa quindi che torneremo a quel livello 22 anni dopo. Ma nel 2000 quel livello era superiore alla media Ue del 20% e alla media dei Paesi euro del 3 per cento. Nel 2022 quello stesso livello di Pil pro-capite sarà inferiore alla media Ue del 7% e inferiore alla media dell’area euro del 15 per cento. In questi 22 anni tutti gli altri sono cresciuti e noi siamo rimasti fermi al palo del 2000.

Per di più, dato che il Ngeu è temporaneo, i suoi effetti tendono a esaurirsi nell’arco di quattro anni. Dopo il “rimbalzo” quindi si tornerebbe a crescere a tassi modesti.

Quindi, non di solo Ngeu può riprendersi strutturalmente l’Italia.

Per avere una solida crescita di medio-lungo termine è necessario fare subito le riforme: fisco, giustizia, pubblica amministrazione.

Una riforma fiscale di circa 60 miliardi di euro che, a partire dal 2023, riduca il carico fiscale su famiglie e lavoratori di circa 40 miliardi di euro e il cuneo fiscale e contributivo per le imprese di circa 20 miliardi di euro non può essere finanziata con i fondi europei e va totalmente coperta con tagli agli sprechi e alle malversazioni di spesa pubblica e con recupero di evasione fiscale.

Una tale riforma fiscale darebbe un contributo strutturale alla crescita attorno all’1,5% di Pil.

Gli effetti economici della riforma della giustizia civile e di quella della pubblica amministrazione sono difficilmente misurabili. Numerosi studi mostrano però che il loro contributo alla Produttività totale dei fattori è almeno l’1% di Pil.

In sintesi, solo con le tre riforme strutturali l’Italia può costruire un percorso di sviluppo di lungo termine attorno al 3% all’anno. Solo così l’Italia potrà tornare ad avere un Pil pro-capite pari alla media dell’Unione nel 2032 e pari alla media dell’area euro nel 2035.

Infine, con un 3% di crescita, il rapporto debito/Pil potrà scendere di oltre sei punti all’anno e si porterebbe al 115% nel 2028, zona di totale sicurezza.

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