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Le tre strade maestre sulle quali è in gioco la sovranità digitale

La Ue è in ritardo sulla tecnologia e punterà sulle regole, perché per le big tech è soprattutto un ghiotto mercato

di Alessandro Curioni

(AdobeStock)

4' di lettura

Quando si parla di sovranità giuridicamente si fa riferimento all’autorità dello Stato e indirettamente alla sua sicurezza.

La sua espressione tipica è in termini di territorio, definendo dei confini fisici entro i quali un soggetto esercita un potere pressoché assoluto. Di conseguenza essa ha molto a che vedere con l’indipendenza, un concetto che negli ultimi trent’anni è stato scardinato da un lato dal fenomeno della globalizzazione, dall’altro dall’avvento della società dell’informazione. Proprio quest’ultimo tema ha introdotto una specifica declinazione della sovranità in ambito tecnologico: quella connessa alla trasformazione digitale che rappresenta uno dei punti chiave della strategia dell’Unione Europea. Si tratta di una partita in cui il Vecchio Continente si gioca il suo futuro. La questione riguarda il “come” è possibile garantirsi quella che chiameremo la sovranità digitale.

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Si possono immaginare tre strade: lo sviluppo della tecnologia, la disponibilità di competenze, il controllo delle informazioni.

Il primo punto vede l’Europa in drammatico ritardo e immaginare di colmare il gap anche in tempi lunghi sembra utopico. La disponibilità di hardware e software “made in Eu” è sostanzialmente irrilevante e i numeri sono impietosi.

Sul fronte del software e dei servizi la prevalenza degli operatori statunitensi è tale che se domani mattina decidessero di “spegnere” Internet nessuno potrebbe impedirlo. Microsoft, Google, Amazon controllano il 64% del mercato cloud infrastrutturale. L’azienda fondata da Bill Gates da sola ha il pressoché completo monopolio dei sistemi operativi per server e personal computer (circa il 90%) e il pacchetto software più utilizzato al mondo (Office). Il 91% dei sistemi operativi installati su smart phone è IOS (Apple) o Android (Google). L’88% dei browser utilizzati e il 92% delle caselle di posta elettronica sono in capo a Microsoft, Apple e Google. Aggiungiamo, infine, che l’intero universo dei social media è presidiato da Meta (Facebook, Instagram, WhatsApp), Microsoft (Linkedin) e Google (YouTube).

Dal punto di vista hardware si presentano analoghe concentrazioni impressionanti, nessuna delle quali vede un operatore europeo in prima linea.

Esemplificativo il caso dei processori in cui le statunitensi Intel e AMD controllano tutto il mercato di quelli destinati a PC e server, mentre sul fronte degli smart phone dominano Qualcomm, Apple, MediaTek, Samsung e Huawei.

Altro settore critico in cui l’Europa è in affanno riguarda le tecnologie infrastrutturali e delle telecomunicazioni, strategicamente fondamentali in relazione allo sviluppo della rete mobile 5G che si candida come unica modalità di connessione del futuro.

La presenza nel settore di Ericsson-Nokia è una magra consolazione perché le sorti sembrano nelle mani delle cinesi Huawei e Zte da un lato e dell’americana Cisco dall’altro. Per capire quanto esso sia considerato un ambito critico basta fare un piccolo salto indietro nel tempo e rammentare la “guerra commerciale” tra Washington e Pechino. La vicinanza di Huawei e Zte al governo cinese portò gli Stati Uniti a considerare i due operatori una vera e propria minaccia alla sicurezza nazionale. Se questo è lo stato dell’arte il futuro non lascia molte possibilità all’Europa perché in termini di investimenti a fronte dei 50 miliardi di euro messi sul piatto nel 2021 dalle aziende ICT europee, secondo le stime della Commissione, i cinque Over The Top statunitensi ha risposto con 155 miliardi di dollari. Mentre, ancora nel 2020, la Cina aveva annunciato un piano da 1,4 trilioni di dollari di spesa entro il 2025. Per coloro che sono ormai tagliati fuori dallo sviluppo di tecnologie proprietaria esiste un “piano B” che si basa sulla disponibilità di personale qualificato nella gestione di tecnologie e informazioni.

In particolare, lo sforzo dovrebbe essere rivolto alle cosiddette tecnologie Open Source la cui peculiare caratteristica di essere manipolabili da chiunque, ma di proprietà di nessuno, potrebbe garantire un certo grado di autonomia almeno a livello software. Anche in questo caso si tratterebbe di un investimento a lungo termine che si scontra con la rapida evoluzione del mercato e il prevalere di soluzione consolidate.

In questo senso un esempio è stata la gara per la realizzazione del nostro cloud nazionale per la pubblica amministrazione. Vero che i contendenti erano tutti europei (Fastweb e Aruba da una parte, Leonardo, TIM, Sogei e CDP dall’altra), ma le tecnologie messe in campo erano quelle di Amazon, Microsoft, Google, Oracle. Questo per il semplice motivo che costruire da zero quanto serviva sarebbe stato incompatibile in termini di tempi e costi. Perso anche questo treno resta un’ultima spiaggia: il controllo diretto sui dati e informazioni ivi compresa la loro localizzazione, e questo è possibile attraverso norme e leggi che sono la perfetta espressione della sovranità, nella più classica interpretazione del termine. Proprio questa sembra essere la strada che i 27 hanno deciso di percorrere a partire dal 2016, anno in cui è entrato in vigore il Regolamento Europeo per La protezione dei Dati a cui hanno fatto seguito una serie di normative di contorno come quelle in materia di cyber security (vedi Direttiva NIS e Cybersecurity Act). Il quadro si andrà a completare con altri interventi chiave, a partire dal Digital service Act (DSA) e dal Digital market ACT, a cui si affiancheranno il Data governance ACT e l’Artificial Intelligence Act, per andare a coprire anche l’ultima frontiera delle tecnologie dell’informazione. La ferma convinzione delle autorità europee che questa sia la via e che tutti i Paesi aderenti la debbano perseguire in modo unitario senza deroghe o eccezioni è dimostrata dal massiccio ricorso a “regolamenti”. Essi, a differenza delle “Direttive”, non devono essere recepiti e interpretati da norme nazionali, ed entrano in vigore contemporaneamente, così come sono, in tutti gli Stati. Qualcuno potrebbe domandarsi per quale ragione le big tech dovrebbero accettare un’impalcatura normativa che non ha uguali al mondo e senza dubbio limiterà fortemente i loro spazi di manovra. Per il semplice motivo che nessun operatore economico rinuncerà a cuor leggero a 400 milioni di utenti-consumatori alto spendenti (la più grande concentrazione al mondo) e a un parco di aziende che produce il 22% del Pil mondiale. Proprio questa è la grande scommessa europea per conservare la sua sovranità e limitare la colonizzazione digitale.

Presidente Di.Gi. Academy

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