Interventi

Le tre trasformazioni e il bene comune

di Piero Formica

Edward Osborne Wilson e Thomas Eugene Lovejoy

3' di lettura

Viviamo il tempo delle tre trasformazioni: digitale, ecologica e comportamentale. Nel corso delle passate rivoluzioni industriali è progredita la ricerca di una vita migliore, intesa come benessere materiale, per sé stessi e la propria famiglia. La condotta umana ha mirato ai propri interessi privati e materiali. Il bene pubblico è stato trascurato o si è pensato che discendesse dalla provvidenza delle passioni e ambizioni personali. A scuotere questa credenza hanno contribuito la comparsa di beni pubblici digitali, la formazione di comunità di condivisione che facendo leva sul virtuale ottengono risultati virtuosi (come nel caso delle strade sociali le cui condotte aprono le porte all'accesso e alla messa in comune di beni e servizi) e le nuove visioni della biologia che hanno coinvolto l’ambiente economico e i suoi effetti sugli affari e la società.

Sul versante del “chi controlla chi”, l'esito della battaglia per il potere dipenderà dal valore attribuito allo scambio tra brama di esaudire i propri desideri e rinuncia al controllo a favore del persuasore occulto, si pensi al Metaverso di Zuckerberg e ad altre tecnologie che si propongono come fondamenta del Web3 su cui poggiare l'edificio dei nuovi desideri. La bilancia penderà dal lato dei desideri davanti alla forza che avrà la voglia di possedere una quantità crescente di nuovi oggetti. Continuando ad ascoltare e assecondate voci e opinioni comuni, al governo di ogni cosa continuerà a reggersi la quantità. Se a causa dei pregiudizi tutto viene misurato con il criterio della quantità, allora a dominare saranno i pochi feudatari delle tecnologie fondamentali. Per ben comprendere il valore della posta in gioco, le trasformazioni che stiamo vivendo andrebbero lette coniugando il discorso tecnologico con il pensiero filosofico, a cominciare da Socrate che non si lasciò sedurre dagli oggetti ¬ oggi diciamo dai dispositivi tecnologici in grado di esaudire eccessivamente i nostri desideri.

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I bombardamenti dei desideri che si traducono in consumi fanno crescere l'impatto dell'uomo sul pianeta. Di conseguenza, non cessa di ridursi lo spazio disponibile per le altre specie, come non hanno mai smesso di denunciare i naturalisti Edward Osborne Wilson e Thomas Eugene Lovejoy. Ad invertire la rotta del comportamento umano interviene sia la distinzione tra beni civici, pubblici e privati sia il passaggio dalla proprietà al servizio offerto da un bene. L'automobile è un esempio lampante. Dopo che Henry Ford ha aperto la strada alla produzione in catena di montaggio all'inizio del XX secolo, l'invenzione del motore a combustione interna ha dato a milioni di persone il beneficio di una mobilità senza precedenti. Oggi, questo pezzo di tecnologia è accusato di contribuire alle emissioni di gas serra che causano il cambiamento climatico.

L'auto è utilizzata solo per una piccola frazione del tempo disponibile. Se alla consuetudine della proprietà del mezzo subentrasse, facilitata dalle tecnologie digitali, una maggiore condivisione, quindi un uso più intensivo dello stock esistente di automobili ed una loro vita più lunga, si potrebbe ottenere una riduzione significativa dell'impronta di carbonio globale originata dalla mobilità personale. Il tempo delle tre trasformazioni coincide con il balzo dei conti pubblici a seguito della pandemia ancora in corso. Sarebbe allora auspicabile una rivoluzione contabile per tracciare una linea di demarcazione tra produrre cose in sintonia con il ben-essere degli umani, delle altre specie animali e vegetali, degli “oggetti naturali” quali i fiumi, i laghi e i mari e fare business spronati dalla passione esclusiva per il denaro. Da quella rivoluzione si apprenderebbe che l'utilità personale che reca un prodotto è subordinata al suo contributo al bene comune.

piero.formica@gmail.com

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