Denatalità, integrazione e crescita

Le troppe amnesie del Recovery Plan sull’immigrazione

di Innocenzo Cipolletta

(Gajus - stock.adobe.com)

3' di lettura

La popolazione mondiale è attesa toccare gli 11 miliardi di persone (oggi siamo circa 7,8 miliardi) alla fine di questo secolo per poi cominciare a diminuire. La crescita che ancora verrà non dipenderà da un elevato tasso di natalità, che invece sta scendendo ovunque. Avverrà per fatti molto positivi, come la riduzione della mortalità infantile e grazie
a un generale allungamento della speranza di vita nei Paesi più poveri.

Il tasso di natalità sta scendendo ovunque sicché è da attendersi un calo della popolazione mondiale, dopo che si saranno diffusi gli effetti del miglioramento della qualità della vita su tutto il pianeta. Alcuni Paesi,
fra cui il nostro ma non solo, hanno già una dinamica negativa della popolazione, in parte contrastata da un’immigrazione che rimpiazza
le molte culle vuote e che contribuisce anche a contenere, nel medio termine, la discesa della natalità.

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Alcuni pensano che la riduzione delle nascite in Italia sia dovuta all’incertezza e all’insicurezza dei giovani. Ma non ci sono evidenze
in questo senso. Al contrario, si potrebbe dire che il tasso di natalità nei nostri Paesi era ben maggiore quando eravamo tutti ben più poveri e l’incertezza regnava sovrana per tutti. D’altro canto anche le classi benestanti dei nostri Paesi non hanno un tasso di natalità particolarmente superiore alla media della popolazione, pur se per loro non dovrebbero valere problemi di insicurezza e di povertà. La riduzione della natalità è un fenomeno associato piuttosto ai processi di urbanizzazione e di crescita del benessere, quasi un problema di spazi e di istruzione. Contrastarlo è arduo e forse inutile. Il contenimento della popolazione mondiale è un processo inevitabile e anche necessario.
E alcuni Paesi devono iniziare prima degli altri.

Questo non vuol dire che le misure di politica sociale (aiuti alle madri,
asili nido, servizi di assistenza agli anziani e altro) raccomandate per sostenere la natalità siano inutili. Al contrario esse sono necessarie soprattutto per favorire un maggior tasso di occupazione femminile.
I Paesi a bassa natalità rischiano di avere una scarsità di persone occupate che devono mantenere una massa di persone anziane uscite dal lavoro. Ecco allora che la risposta alla caduta del tasso di natalità non deve essere tanto una politica per indurre più donne a fare più figli, ma è rappresentata innanzi tutto da politiche che alzino il tasso di attività del Paese, per sostituire il minor numero di giovani attraverso un aumento del numero delle persone occupate, in particolare delle donne
e dei giovani, ma anche degli anziani, con un allungamento
della vita lavorativa, cosa favorita dal miglioramento
delle condizioni di vita degli anziani.

Ma queste politiche non bastano e richiedono tempo a produrre effetti. Occorre anche favorire rapidamente una buona integrazione di persone immigrate da altri Paesi. Per farlo, occorre investire in progetti di integrazione, fatti di istruzione, assistenza, abitazioni, ricongiungimenti familiari e di concessione della cittadinanza ai molti immigrati integrati o nati in Italia. Un simile piano può trovare spazio finanziario nel Pnrr da presentare a Bruxelles, perché sosterrebbe strutturalmente la ripresa italiana e favorirebbe una migliore convivenza con quanti vengono a cercare una migliore qualità di vita nel nostro Paese. Di questo non c’è traccia nel Pnrr italiano, mentre dovrebbe essere uno dei punti qualificanti del nostro Piano. C’è ancora tempo per provvedere.

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