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Le troppe variabili dell’equazione energetica e il ruolo dell’Africa

Nel medio-lungo termine alcuni governanti del continente africano potrebbero cogliere delle opportunità dal desiderio di diversificazione energetica europea

di Leonardo Bellodi

(Image Source - stock.adobe.com)

4' di lettura

Nel medio-lungo termine alcuni governanti del continente africano potrebbero cogliere delle opportunità dal desiderio di diversificazione energetica europea. Mozambico, Algeria, Nigeria, Senegal, Tanzania si stanno attivando per aumentare le attività di esplorazione e perforazione (rese più facili grazie all'aumento dei prezzi) e offrirsi come principali fornitori (o quasi) dell’Europa. Si parla ormai da quasi vent’anni di un progetto molto ambizioso: il gasdotto transahariano che potrebbe portare dalla Nigeria all’Europa, attraverso il Niger e l’Algeria, più di 30 miliardi di metri cubi all'anno, tre volte la capacità del TAP e del Green Stream (9 miliardi di metri cubi ciascuno) che attualmente trasportano il gas rispettivamente dall’Azerbaijan e dalla Libia.

Purtroppo, non possiamo contare molto, in questo periodo storico delicato, sulle importazioni dalla Libia dal momento che i dissidi e le guerre interne – passate in secondo piano nel dibattito pubblico a causa della guerra ucraina – sono all’ordine del giorno e sempre più marcate. Ma è la nuova scacchiera geopolitica globale, che sembra vedere una contrapposizione sempre più netta tra “democrazie” e “autocrazie”, che potrebbe segnare i solchi più profondi nel continente africano, i cui Paesi rimangono a oggi incerti e divisi sull’atteggiamento da tenere nei confronti della Russia.

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Si rischia così di creare una “seconda Guerra fredda” in una regione potenzialmente strategica per i futuri approvvigionamenti. Tanto più che il continente africano non è solo un grande produttore di idrocarburi ma detiene risorse minerarie essenziali per rendere operativa la transizione energetica.

Materie prime che sono presenti in grandi quantità nella Repubblica democratica del Congo (responsabile di circa il 65% dell'output

globale di cobalto), Mali e Zimbabwe (litio), Sudafrica (platino), Madagascar (terre rare). In generale, secondo alcuni prospetti geologici i Paesi dell’Africa orientale e meridionale hanno enormi potenzialità minerarie.

In un breve ed efficace intervento di tre minuti e mezzo alle Nazioni Unite, il presidente del Kenya ha stigmatizzato, con il supporto di Ghana e Gabon, l’aggressione russa, evocando il principio del

diritto internazionale di rispetto dell'integrità e sovranità territoriale. Al contrario, i Presidenti di Sudafrica e Uganda hanno ribadito il proprio supporto alla Russia. Quando 93 Stati membri delle Nazioni Unite hanno votato per la sospensione della Russia dal Comitato delle Nazioni Unite per i diritti dell’uomo, ben venti Stati africani si sono astenuti.

Sono principalmente tre i motivi che determinano un atteggiamento “benevolo” nei confronti di Mosca. Il primo è dovuto ai profondi legami della Russia con questi Paesi: forze paramilitari russe sono presenti in Mali e nella Repubblica centrafricana, il governo del Sudan è in trattative per aprire una base russa sulle sue coste mentre Sudan, Senegal, Mozambico e Egitto importano, come accennato in precedenza, gran parte del fabbisogno di cereali dalla Russia.

La seconda ragione è di carattere ideologico. La Russia, al contrario

dell’Europa, è ancora percepita da molti governanti e popolazioni locali come il Paese che ai tempi dell’Unione sovietica si batteva, attraverso la diplomazia e le forniture di armi, a fianco delle istanze indipendentiste contro i regimi coloniali di Parigi, Londra e Lisbona in un’ottica anti-occidentale.

Infine, sono in molti in Africa a percepire l’atteggiamento europeo

iniquo e discriminante, oltre a essere ancora intriso dei retaggi coloniali del passato. Non solo la storia passata, ma anche la stretta attualità sembra perpetuare vecchi, e mai del tutto superati, pregiudizi: i rifugiati ucraini, bianchi, sono stati accolti senza alcuna difficoltà in Europa anche da quei Paesi, come ad esempio l’Ungheria e Polonia, tradizionalmente contrari a ogni flusso migratorio proveniente dal Medio Oriente o dal Nord Africa. Ad esempio, milioni di persone hanno dovuto lasciare le loro case a causa del conflitto nel Tigray, in Etiopia, dove sono stati documentati indicibili crimini contro l’umanità. E in questi giorni in Africa c’è chi si chiede perché l’immigrazione nera al contrario di quella bianca subisca un trattamento così diverso. Forse ha ragione Orwell. Siamo tutti uguali ma qualcuno è più uguale degli altri.

In conclusione, fare pronostici sull’evoluzione a lungo termine del

mercato del gas costituisce un esercizio temerario e spesso piuttosto inutile. Sono troppo le variabili sconosciute che condizionano l’equazione energetica. Tuttavia, possiamo provare a individuare alcune costanti, senza ovviamente nessuna garanzia che resteranno tali.

In primo luogo, per i prossimi dieci anni il gas costituirà ancora l’ingrediente fondamentale nel processo di transizione energetica. Le rinnovabili cresceranno in percentuale nel mix energetico e i relativi costi diminuiranno, ma non sarà possibile fare a meno del gas naturale in assenza del nucleare.

Il mondo, se non altro dal punto di vista energetico, sarà meno multilaterale. A differenza del mercato del petrolio, quello del gas è in mano a pochi Stati produttori che detengono il controllo, e spesso la proprietà, di tutta la filiera, dall’estrazione al trasporto fino alla distribuzione.

E se è vero che in Europa abbiamo adottato una politica di diversificazione, il resto del mondo non ha certo seguito il nostro approccio.

Cambieranno, poi, gli assetti geopolitici. L’Europa, che ha visto le

relazioni energetiche ruotare intorno agli assi orientali, li sposterà verso ovest e verso sud. Certo, anche qui le incognite non mancano: non ci è dato sapere se lo shale gas americano potrà mai competere per prezzi e quantità con quello russo. E sul fronte sud, pesano le incertezze relative alla stabilità politica e alle tensioni sociali che sono comuni a quasi tutti i Paesi del Nord Africa.

Resta infine un grande punto interrogativo di cosa accadrà al nostro rapporto con la Russia. È difficile sapere per quanto tempo Mosca sarà considerata, o meno, un paria dalla gran parte della comunità internazionale. O se con il trascorrere degli anni, come è successo in altre parti del mondo come ad esempio in Siria o in Venezuela,

le sanzioni verranno progressivamente meno in omaggio alla necessità di ristabilire i rapporti commerciali.

Una cosa è certa: l’Europa si sta giustamente attrezzando per sostituire in larga parte il gas russo. Ma dobbiamo aspettarci costi più alti e soprattutto, almeno per quanto riguarda l’Italia, abbandonare resistenze locali che anche oggi, nel mezzo dell’emergenza energetica, ritardano o non consentono la realizzazione di infrastrutture strategiche. È un paradosso condannare l’invasione russa da un lato e dall’altro ostacolare ogni tassello per la diversificazione dei nostri approvvigionamenti.

Questa è forse la vera incognita: la nostra capacità, e per nostra intendiamo soprattutto italiana, di essere coerenti. Condannare l’aggressione russa significa compiere scelte precise che ci consentano di affrancarci da Mosca. Questo oggi non sta succedendo.

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