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Le ultime parole in tribunale degli oppositori di Putin raccolte in un libro

“Proteggi le mie parole”: una raccolta degli ultimi discorsi fatti dagli oppositori del regime russo. Contro la negazione della memoria e della libertà

di Antonella Scott

Papa: "Diritti umani non vengano violati"

3' di lettura

Il Premio Nobel per la Pace, consegnato a Oslo il 10 dicembre nell'anniversario della morte di Alfred Nobel, è stato attribuito quest'anno a tre voci che si battono per la difesa dei diritti umani: Ales Bialiatski, fondatore dell'associazione bielorussa Viasna, attualmente in carcere; il Centro ucraino per le libertà civili; Memorial, organizzazione nata negli anni 80 per mantenere viva la memoria delle repressioni staliniane e denunciare le vittime delle persecuzioni successive, quelle di oggi. Un impegno messo alla prova, in tutti e tre i casi, dall'aggressione russa dell'Ucraina – in corso da dieci mesi ormai - e dalla repressione sempre più violenta delle libertà civili in Russia e Bielorussia.

La negazione della memoria e della libertà è il punto di partenza di un libro, “Proteggi le mie parole” (pubblicato da Edizioni E/O), in cui Sergej Bondarenko e Giulia De Florio – membri di Memorial – hanno raccolto gli interventi pronunciati in tribunale dalle vittime di oggi, 25 persone messe sotto processo in Russia tra il 2017 e il 2022 per aver manifestato idee contrarie a quelle di chi sta al potere. Il sistema giudiziario russo concede agli imputati un'“ultima parola” a sostegno della propria innocenza: nessuno di loro si illude di poter convincere i giudici e influire su condanne già scritte.

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Ultime parole di testimonianza

Molti, infatti, sono tentati a rinunciare: ma alla fine le loro ultime parole diventano una testimonianza preziosa. Una sfida al regime, una prova di coraggio, un atto di speranza per la Russia che verrà. Discorsi pronunciati pochi minuti prima della sentenza di condanna, in un «ultimo confine di libertà». Studenti, giornalisti, attivisti, storici, artisti. Ritratti di oppositori famosi come Aleksej Navalnyj, di ragazzi meno conosciuti bollati come estremisti e terroristi per una frase di troppo postata su internet. Per aver pronunciato la parola “guerra”.

«Di queste voci è piena la storia russa», scrive Marcello Flores nella prefazione del libro. Ma in particolare, le parole degli imputati nei processi celebrati in seguito all'invasione dell'Ucraina del 24 febbraio scorso fanno luce sullo stato d'animo di un'opinione pubblica su cui il mondo si interroga. Rassegnazione? Indifferenza? Le voci raccolte in questo libro rivelano il coraggio di oppositori anche giovanissimi, che in molti casi hanno già alle spalle mesi di detenzione e di violenze subìte. Parlano della solidarietà che li circonda. Rivelano la povertà e la disperazione di tante regioni russe, il clima repressivo sempre più soffocante intorno a chi protesta, la mancanza di prospettive, la negazione del cambiamento. Ma nello stesso tempo, la maggior parte di questi discorsi è impregnata di forza di fronte all'insensatezza e alla brutalità in cui si è ritrovato immerso chi li pronuncia, di valori impermeabili alla paura, di amore per il proprio Paese. Di fiducia nella possibilità che la Russia possa avere un avvenire più degno. Un futuro normale. «Le prossime generazioni vorranno una risposta», dice Volodja Metelkin, studente, nel suo durissimo atto d'accusa al governo per la guerra in Ucraina.

Quest'anno il Premio Nobel per la Pace va anche a ciascuno di loro.

Post scriptum: l'ultima condanna

Venerdì 9 dicembre, proprio alla vigilia della consegna dei Nobel, un tribunale di Mosca ha condannato a otto anni e mezzo di carcere uno degli ultimi politici dell'opposizione rimasti in Russia, Ilja Yashin. Colpevole di aver diffuso quelle che lo Stato considera “fake news” e offese alle forze armate russe: Yashin aveva denunciato i crimini commessi a Bucha, vicino a Kyiv, venuti alla luce al termine dell'occupazione russa. L'ultimo discorso di Yashin in tribunale, prima della condanna, non è arrivato in tempo per essere incluso nel libro di Memorial. Ma ne fa parte a pieno titolo: Yashin lo ha usato per chiedere a Vladimir Putin di mettere immediatamente fine alla guerra, e per ribadire la convinzione di «dover fare tutto quanto è in mio potere per fermare il bagno di sangue». Non mi pento di nulla, ha detto Yashin: «È meglio passare dieci anni dietro le sbarre da uomo onesto, che bruciare nel silenzio della vergogna per il sangue versato dal tuo governo».


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