istruzione

Le vere cause del classismo nelle scuole

Che cosa è successo all’Istituto Comprensivo (IC) di Via Trionfale di Roma e perché l’indignazione è figlia della grancassa mediatica

di Mauro Piras

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(AdobeStock)

Che cosa è successo all’Istituto Comprensivo (IC) di Via Trionfale di Roma e perché l’indignazione è figlia della grancassa mediatica


5' di lettura

Da giovedì scorso molti quotidiani hanno rilanciato la notizia di una scuola romana che avrebbe presentato, nel sito istituzionale, le proprie sedi in termini crudamente classisti. “I ricchi di qua, i poveri di là”, hanno titolato i giornali, e giù esclamazioni scandalizzate su quanto è discriminatorio e anticostituzionale un istituto che presenta i suoi studenti divisi per classi sociali secondo le sedi.

“La scuola deve includere, non deve fare distinzioni, qualcuno intervenga!”. Al coro, e alla tentazione di prendere rapidi provvedimenti, si sono aggiunte anche la neoministra Azzolina e la viceministra Ascani. E invece, se vogliamo fare del bene alla scuola italiana dobbiamo subito soffocare questa facile indignazione e soprattutto non prendere nessun provvedimento.

Questo articolo è del tutto controcorrente, rispetto a quanto si è detto su questa vicenda, e si schiera a fianco del lavoro della dirigente, dei docenti e dei genitori dell'Istituto Comprensivo (IC) Via Trionfale di Roma.

Che cosa è successo? L'IC Via Trionfale, fino a qualche giorno fa, illustrava le sue quattro sedi descrivendone la composizione sociale. Questa descrizione si trovava nella pagina di presentazione, una delle più visitate del sito, specie in tempo di iscrizioni. Una descrizione simile, più dettagliata, si trova anche nel “Rapporto di autovalutazione” (RAV), documento che ogni scuola è tenuto a redigere. Nello stesso RAV si spiega in che modo la scuola agisce per l'inclusione e per superare questa “segregazione sociale”. Il sito esponeva, forse ingenuamente, la stessa situazione di fatto, senza esplicitare le azioni intraprese per lottare contro questo fenomeno. Molto spesso le scuole scrivono la propria presentazione facendo una sintesi di quanto contenuto nel RAV, forse in questo caso è stato fatto in modo maldestro, tutto qui.

Un quotidiano ha letto la pagina del sito e ha dato inizio alla grancassa dell'indignazione. Questo fa parte del gioco mediatico, purtroppo. Ma tutti i commentatori e i politici (e anche la ministra e la viceministra) avrebbero dovuto guardare bene che cosa scrive e che cosa fa quella comunità scolastica (“L'Istituto comprensivo Via Trionfale rappresenta la principale Agenzia attivatrice di processi formativi nel Territorio del Municipio XIV che risulta povero di risorse culturali, in relazione alla condizione di periferia urbana”, dice il RAV) prima di giudicare e condannare. Così avrebbero scoperto che bisogna stare dalla sua parte, che fa un lavoro faticoso di inclusione in un contesto sociale difficile e contro ordinamenti che non la aiutano.

Questa vicenda ci impone di riflettere sulle derive che sta prendendo il discorso pubblico sulla scuola. Ormai si è affermata, nei media, la vulgata secondo cui la scuola è caduta in un declino inarrestabile; che sta abbandonando la sua missione costituzionale, assoggettata a una spietata logica di mercato. In questo clima, si cerca sempre la notizia che fa scandalo, e che diventa poi il male da combattere. Questo impedisce di avere uno sguardo lucido e di orientare le politiche scolastiche. Gli attacchi alle singole scuole per errori più o meno maldestri che commettono nella comunicazione non solo non servono a niente, ma sono pericolosi, perché ne ostacolano il lavoro.

C'è poi l'enorme ipocrisia di attribuire il classismo a poche parole scritte su un sito, senza vedere quanto l'ordinamento della scuola italiana lo favorisca. Prendiamo il problema da cui è partita la polemica: le quattro sedi dell'IC Trionfale hanno una composizione sociale diversa, in alcuni si trovano solo le classi agiate, in altri solo classi popolari, oppure, insieme, i figli dei “signori” e dei loro “domestici”. Una scuola che vuole evitare questo fenomeno di segregazione sociale, causato da fattori esterni, può intervenire sulla formazione delle classi: cercare di formare classi egualmente disomogenee, per così dire: in tutte le classi devono essere presenti allievi di diversa estrazione sociale. Una scuola grande come un istituto comprensivo può farlo, in teoria. In teoria: in pratica no.

Perché anche se gli istituti comprensivi, che hanno unito scuole più piccole prima separate, esistono dall'inizio degli anni duemila, le singole scuole che li compongono prendono le iscrizioni separatamente: diventa così molto difficile riequilibrare la composizione sociale delle classi, perché ogni singola scuola è troppo piccola e si trova in un'area socialmente troppo omogenea. Sul piano degli ordinamenti, i comprensivi andrebbero ripensati e rilanciati, perché non hanno realizzato la propria missione, cioè garantire la continuità tra diverse scuole, e soprattutto tra elementari e medie in uno stesso istituto.

Solo un accenno ad altri aspetti dell'ordinamento che hanno effetti classisti ma sfuggono alla grancassa dell'indignazione. Il salto dalla scuola primaria alla scuola media è spesso troppo difficile, tra l'altro per l'aumento dei compiti a casa, improvviso e rapido. È una cosa considerata scontata (“preparati, l'anno prossimo alle medie avrai molti più compiti a casa”, si dice ai bimbi di quinta elementare). Tuttavia, l'aumento dei compiti a casa alle medie va in parallelo con l'aumento dei divari sociali nei risultati scolastici: alla fine delle medie, i figli degli immigrati e i figli dei ceti sociali meno agiati sono più distanti dai figli degli italiani e delle classi medie agiate di quanto lo erano alla primaria.

Ancora: alla fine delle medie si deve scegliere la scuola superiore. Questa scelta, come tutti sanno in questi giorni, non avviene alla fine della terza media, ma a gennaio, molto prima della fine dell'anno scolastico. Già è precoce la scelta a 14 anni, una scuola più egualitaria dovrebbe garantire una formazione comune fino a 15 o 16 anni, come avviene già in molti paesi europei. Ma anche accettando la scelta a 14 anni, farla a gennaio favorisce i pregiudizi culturali e sociali. Il famoso “consiglio orientativo”, inconsapevolmente, veicola questi pregiudizi. Un solo esempio: spesso ai figli degli immigrati vengono consigliati i tecnici o i professionali, per istradarli al lavoro, perché si pensa che le famiglie non possano sostenerne a lungo gli studi.

Infine, la parte dell'ordinamento che più di tutte rafforza la segregazione sociale invece di combatterla: il biennio delle superiori, che tra i 14 e 16 anni, in età dell'obbligo, quando occorre ancora una buona formazione generale per tutti, separa gli studenti secondo indirizzi molto rigidi, in tre ordini di scuole (licei, tecnici, professionali) in cui la segregazione sociale è evidente: ceti inferiori, immigrati e disabili si concentrano negli istituti tecnici e professionali. Proprio nel biennio delle superiori e negli istituti si concentrano anche i tassi più alti di bocciature e di abbandono scolastico, come è noto.

Se il discorso pubblico sulla scuola non si facesse trascinare in modo isterico dal sensazionalismo mediatico e dalla moda dell'indignazione terrebbe gli occhi fissi su problemi come questi e cercherebbe di superarli con proposte politiche. E starebbe a fianco delle singole scuole, invece di attaccarle brutalmente.

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