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Le versioni dimenticate e censurate

La programmazione regolarmente include non solo i titoli più popolari del grande maestro, ma anche quelle opere che si ascoltano solo di rado

di Francesco Izzo*

3' di lettura

In un mondo in cui le opere di Giuseppe Verdi sono, statisticamente, le più eseguite ed amate del repertorio, è legittimo porre una domanda: perché un Festival Verdi? C’è forse ancora qualcosa da scoprire? Non basta fare riferimento, giorno dopo giorno, alle innumerevoli rappresentazioni nei teatri di tutto il mondo? Con una rapida occhiata ai programmi della prossima stagione dalla Scala al Metropolitan di New York, dal teatro Real di Madrid all’Opéra di Parigi, ci si rende subito conto della presenza forte e prestigiosa dei melodrammi verdiani, spesso preceduti da forti battages pubblicitari ed eseguiti con sfarzo, regie innovative, e artisti rinomati.

Un’identità precisa e riconoscibile

Un Festival Verdi, per avere una sua raison d’être e una sua credibilità deve certamente dialogare con il mondo dell’opera nel suo complesso, ma deve anche distaccarsi e distinguersi da esso. Negli ultimi anni a Parma ci siamo impegnati per dare al Festival Verdi un’identità precisa e riconoscibile. La programmazione regolarmente include non solo i titoli più popolari del grande maestro, ma anche quelle opere che si ascoltano solo di rado, quelle versioni che sono state eclissate da altre ritenute più mature. Nell’edizione 2022, dunque, si fa Simon Boccanegra non nella nota versione riveduta da Verdi in collaborazione con Arrigo Boito e presentata alla Scala nel 1881, ma nella prima versione, eseguita alla Fenice di Venezia nel 1857. Una scelta forse sorprendente, che tuttavia ci mette in contatto con un momento cruciale della creatività verdiana, incastonato tra le esperienze parigine di Les Vêpres siciliennes e Le trouvère da un lato e Un ballo in maschera dall’altro. Ascolteremo una cavatina di Amelia che include un’esuberante cabaletta (poi soppressa nel 1881), e un finale del secondo atto meno introspettivo di quello che molti conoscono.

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I temi conduttori

Il significato del Festival Verdi scaturisce non solo dalla scelta dei singoli titoli, ma anche dai temi conduttori che legano le varie opere in programma. Quest’anno, la scelta di affiancare il primo Simon Boccanegra a Il trovatore e La forza del destino permette di contemplare il singolare legame del compositore con il teatro spagnolo ottocentesco. Alla ricerca di soggetti innovativi, negli anni Cinquanta dell’Ottocento Verdi, con il contributo fondamentale di Giuseppina Strepponi, scopre i drammi di Garcia Gutiérrez, El trovador e Simon Bocanegra, e poi si volge a La fuerza del sino del Duca di Rivas. Si tratta di componimenti con personaggi e ambienti delineati a tinte forti (ciò vale anche per i ruoli cosiddetti secondari) e con quadri d’insieme ricchi di contrasto, che ispirano assiemi straordinariamente innovativi quali le scene dell’osteria e dell’accampamento della Forza del destino.

Le opere di Verdi non basta eseguirle. Vanno eseguite nella loro interezza, dunque riaprendo i tagli voluti da tradizioni obsolete che tuttavia ancora oggi influenzano talvolta le scelte di direttori e artisti. E vanno eseguite con attenzione al dettaglio, con comprensione e amore per ogni segno della notazione verdiana. Al Festival Verdi quell’attenzione scaturisce innanzitutto dall’uso di edizioni critiche autorevoli, solitamente pubblicate o in preparazione per la serie Opere di Giuseppe Verdi / The Works of Giuseppe Verdi, edita dalla University of Chicago Press e Casa Ricordi. Come restauri di opere pittoriche o architettoniche, le edizioni critiche rimuovono le incrostazioni del tempo dalle partiture verdiane, restaurano testi poetici corrotti dalla censura dell’epoca risorgimentale, e correggono innumerevoli dettagli musicali precedentemente travisati da copisti e stampatori disattenti o frettolosi. Le edizioni critiche vanno poi interpretate, il che vuol dire non fermarsi alla lettera di ciò che Verdi scriveva battuta per battuta, ma comprendere e dare vita alle intenzioni e al significato dei segni scritti. Dunque, per esempio, nelle ripetizioni delle cabalette è legittimo aspettarsi (ma non pretendere) qualche abbellimento, a volte secondo tradizione e a volte con creatività e freschezza.

Il Festival Verdi, infine, non è “solo” un festival d’opera, ma vuole valorizzare la ricchezza e complessità della cultura musicale verdiana. Questo significa eseguire anche composizioni non operistiche, dall’appuntamento con la Messa da Requiem ai concerti che incorporano pagine affascinanti e talvolta sconosciute di alcuni contemporanei di Verdi, al tradizionale gala del 10 ottobre in cui quest’anno Rosa Feola esegue non solo arie d’opera ma anche un gruppo di composizioni vocali da camera di Verdi (in una nuova edizione critica preparata da Carlida Steffan), seguendo un percorso già tracciato dal concerto di Lisette Oropesa dello scorso anno.

Il messaggio fondamentale del Festival Verdi, credo, è un invito alla ricerca e alla scoperta, a mettersi in gioco nella consapevolezza che da uno come Verdi c’è sempre qualcosa da imparare.

Francesco Izzo* direttore scientifico del Festival Verdi

Riproduzione riservata ©

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