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Le vie della finanza orientata a risultati socialmente intelligenti

di Luca De Biase


3' di lettura

Caro Luca De Biase,

pur in un quadro di forte incertezza internazionale e nazionale, il 2018 sembra essere l’anno della svolta per il movimento del social impact investing. Le tappe per la diffusione degli investimenti a impatto sociale si susseguono una dietro l’altra e sembrano maturi i tempi per uno scarto di avvicinamento al macro obiettivo che fu assegnato alla Social Impact Investment Taskforce durante il G8 del 2013: inserire il decollo della finanza a impatto sociale tra gli obiettivi 2020.

Scorrere l’agenda di quest’anno chiave per la finanza a impatto sociale racconta di un’importante accelerazione in corso. A un mese dal meeting con l’economista indiano Amit Bhatia a Palazzo Marino, organizzato da Social Impact Agenda per l’Italia (il board nazionale della finanza a impatto sociale, che presiedo dal 2013), il Politecnico di Milano e il suo laboratorio Tiresia, guidato da Mario Calderini, presentano i risultati di una ricerca su domanda e offerta di investimenti impact in Italia. Nelle stesse ore, nell’attesa dell’insediamento del nuovo Governo, si lavora al decreto di attuazione del primo outcome fund italiano: il Fondo per l’innovazione sociale approvato nell’ultima legge di Bilancio, con una prima allocazione di risorse (25 milioni di euro in tre anni) per promuovere iniziative come i social impact bond e promuovere modelli di politiche sociali pay by results, in cui il privato investe somme sulla base di progetti a impatto sociale promossi da comuni e Pa. Il pubblico erogherà le risorse “solo” a risultati raggiunti.

Il calendario internazionale non è da meno. A maggio, il gruppo italiano del Sia raggiungerà a Londra il board internazionale, guidato da Sir Ronald Cohen, il visionario uomo di finanza padre del British venture capital e di Big Society Capital, presidente del Global Steering Group for Impact Investment. Il Gsg è la cabina di regia mondiale dell’impact investment: 17 Paesi (più la Ue), rappresentati da network che includono le banche d’investimento, come in Francia e Germania, o fondazioni di prestigio come Ford e Bertelsmann. Il 9 luglio sarà Cohen a tornare in Italia (manca dal 2014), questa volta a Roma. Non solo per una conferenza in Vaticano sull’impact investment, ma anche per confrontarsi con Sia su come riorientare flussi finanziari al servizio del contrasto alle diseguaglianze e di politiche sociali innovative. Infine a New Delhi si prepara la due giorni dell’International impact world summit, a cui non mancheremo di partecipare, il prossimo 8 e 9 ottobre, insieme a 900 leader mondiali del movimento impact. Su impulso dell’ecosistema economico e finanziario anglosassone, in questi cinque anni, è stato fatto un lavoro carsico, ma sempre più strutturato, per mettere a sistema una rete mondiale capace di incoraggiare un battito sempre più forte del “cuore invisibile dei mercati” e cioè di promuovere sempre più, nei mercati finanziari, “investimenti 3D”, in cui alle due dimensioni classiche di ogni investimento (rischio e rendimento) si aggiunga la dimensione dell’impatto sociale intenzionalmente generato.

Bisogna tenere gli occhi aperti su questo nuovo campo d’azione, sempre più largo, della finanza nazionale e internazionale. In tempi di moltiplicazione delle diseguaglianze, emersione di nuove povertà e nuovi bisogni sociali, scarse risorse pubbliche e investitori in cerca di nuovi spazi finanziari, una nuova combinazione tra pubblico e privato può fare la differenza. Non certo per sostituire il modello di welfare europeo, ma per supportarlo e rilanciarlo, attrezzandolo ad affrontare meglio le sfide del futuro. Ci sta lavorando anche Romano Prodi, alla guida della task force europea sulle infrastrutture sociali. Il suo lavoro ci dice che a oggi, nell’Europa a 28, si spendono 170 miliardi di euro in spesa sociale. Ma mancano 150 miliardi all’appello per realizzare un New deal per le infrastrutture sociali europee. Ed è qui che l’impact investment può risultare decisivo. Per rigenerare una finanza fiaccata dalla crisi e continuamente tentata dalla scorciatoia speculativa e, al tempo stesso, risollevare una politica affannata dal debito e dai tagli economici continui.

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