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Le vittoriose, ritratti di signore competenti

Sono venti le protagoniste di una raccolta che abbraccia vari ambiti professionali, esistenziali e geografici: scrittrici, filosofe, economiste, politiche, attiviste

di Francesca Rigotti

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Determinate. La copertina del libro Le vittoriose e, a destra, la statua di Anita Garibaldi a Roma, sul Gianicolo

Sono venti le protagoniste di una raccolta che abbraccia vari ambiti professionali, esistenziali e geografici: scrittrici, filosofe, economiste, politiche, attiviste


5' di lettura

Non sono ritratti di signore con fiori o cappello, in rosso o in grigio, con veletta, scialle o ventaglio, quelli della presente raccolta. Sono ritratti dipinti con le parole di Eliana Di Caro e rappresentano donne caratterizzate non dal loro abbigliamento ma dalla loro competenza e conoscenza; dalla loro preparazione, dal loro impegno e dalla loro serietà; dalla loro passione e determinazione. Se poi sono vestite di grigio o di rosso, portano scialli o velette, sono eleganti o sportive, più o meno femminili, il fatto sussiste ma non conta.

Le persone di questi ritratti sono letterate, scrittrici e militanti, filosofe ed economiste, sociologhe, politiche e attiviste per i diritti umani, una cantante transgender, molte europeiste. È come se davanti a noi si aprisse una specie di Piazza degli Eroi, simile alla omonima monumentale piazza di Budapest: gli eroi di quella piazza però, e gli eroi in genere, oltre che essere tutti giovani e belli, e forti, e prevalentemente trecento, sono tutti maschi. Come quelli rappresentati nei ritratti, ancora una volta, esposti nelle gallerie di istituzioni importanti, ministeri, banche, Università davanti ai quali passiamo con perplessità nel notare ogni volta che incorniciano volti soltanto maschili.

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E infatti Dainora Pociute, lituana, storica, prima presidente del Senato accademico dell'Università di Vilnius siede, nel corso dell'intervista, in una sala dove tutti i suoi predecessori sono stati uomini.Questi invece sono ritratti di donne rappresentate tramite la narrazione, descritte a parole. Raccontano di sé e del proprio lavoro, ma anche di quello che accade alle donne nel mondo: in India, in Norvegia, in Italia, in Liberia, in Ungheria, in Lituania, negli Stati Uniti. Lo spettro dei Paesi e delle occupazioni è ampio e le informazioni, alcune esaltanti, altre deprimenti, sono tutte interessanti e in alcuni casi sconvolgenti.

Dicono che in Argentina i governi abbiano tentato di eliminare la memoria storica degli uomini e delle donne fatti scomparire dopo (ma anche prima...) il colpo di Stato del marzo 1976 (lo fa Taty Almeida); o che in Spagna la democrazia è fondata sull'idea che per progredire si deve dimenticare (Almudena Grandes); ricordano la marcia delle donne armene nel 2003 a Istanbul (Pinar Selek); sottolineano il fatto che il lavoro agricolo delle donne in Asia sia sottostimato, sfruttato, non pagato (Bina Agarwal). Affermano che negli Usa la presenza femminile in molti campi è carente e le donne sono discriminate anche se, ed è un piacere leggerlo, «in realtà non esistono differenze innate tra bambine e bambini: esse sono dovute esclusivamente a fattori culturali» (lo afferma con coraggio Martha C. Nussbaum).

Rivendicano il diritto-dovere delle donne di lavorare, sia perché crescano il loro prestigio e la loro dignità, sia affinché tanto talento non vada sprecato (lo fa Nemat Shafik, alla guida della London School of Economics). Una di loro, Iram Saeed, sfigurata a 18 anni dall’acido lanciato da un pretendente deluso, ritiene che la pena detentiva non sia sufficiente per il colpevole e vorrebbe l'applicazione della legge del taglione. Non possiamo condividere ma comprendere sì, e intanto ammiriamo l'onestà intellettuale dell'intervistatrice/ritrattista che ha riportato le sue parole.

Alcune osservazioni si impongono, alla lettura di questi ritratti, in primo luogo a proposito del lavoro: è necessario condividere in famiglia i lavori domestici e di accudimento (messaggio agli uomini) molto più che immaginare un «salario alle casalinghe», già perverso nel nome; è importante capire che l’autonomia finanziaria è essenziale (messaggio alle donne) per la struttura paritaria della coppia. Per favorire entrambe le condizioni, essenziale è la riduzione (temporanea) dell’orario di lavoro per i genitori di bambini piccoli che permetterebbe – e in alcuni Paesi già permette – a entrambi di lavorare e di occuparsi delle incombenze di casa, in cui non c'è nulla di “femminile”, giacché a cucinare, pulire e accudire – assicuro – si impara tutti. A partorire e ad allattare al seno no, e quelle incombenze rimarranno ovviamente di competenza del sesso femminile (fino a quando, non sappiamo).

In questo modo sarà normale che il padre sia il genitore cui si rivolgono i figli per «la cucina, i compiti, gli allenamenti», cosa che già succede nelle migliori famiglie, e che viene ribadita dalle parole di Anne-Marie Slaughter, statunitense, docente di Politica e affari internazionali all'Università di Princeton ed ex direttrice della Pianificazione politica del Dipartimento di Stato. Da Slaughter riprendiamo anche un punto in genere poco analizzato che è quello dell'onestà. Non l’«onestà delle donne», che nella storia è sempre e soltanto coincisa con la fedeltà sessuale, tant'è che una «donna onesta» non è una donna che mantiene fede alle promesse, a un impegno, a un programma, ma è una donna illibata prima delle nozze, e di lì in poi fedele al consorte fino alla morte e financo oltre. Non di questo tipo di onestà – che riguarda certa morale femminile – si parla dunque, anche se ci si riferisce al campo sessuale, ma dell'onestà universale che è per ognuno integrità, probità e rettitudine. «Le donne non devono poter accusare ed essere credute in modo automatico. Spesso le cose sono più complesse di quel che sembra», osserva la politologa di Princeton, nel suo ritratto, a proposito di abusi e molestie.

Un caso di questa sorta è affrontato nello splendido romanzo di Ian McEwan, Macchine come me (Einaudi, 2019). Qui la giovane donna protagonista, Miranda, accusa di stupro su di lei un ex compagno di scuola; l'accusa è falsa, e tuttavia soltanto qualche anno prima il ragazzo aveva veramente stuprato un'altra compagna, ricevendo una modesta pena detentiva. La ragazza, grande amica di Miranda, si era poco dopo suicidata, praticando quello che chiamo “femmisuicidio”. Le cose insomma sono più complesse di quel che sembra, occorre usare attenzione, finezza, onestà nel suo senso esteso e nobile.

Altre osservazioni sorgono, anzi zampillano, nel continuare la lettura dei ritratti: per esempio dalle parole augurali del cantante transessuale Antony (ora Anohni, perché non tollerava più quel nome maschile) che auspica un mondo nel quale il patriarcato cesserà di esistere e con esso l'umiliante mansplaining, cui accenna qui anche Shafik: quel comportamento per cui se sei una donna quel che proponi viene ignorato, ma «non appena lo annuncia un uomo, diventa “un'idea stupenda”». Lo stesso principio per il quale se sei una donna e regali un tuo libro a un uomo può capitarti di sentirti dire: «Grazie, lo regalerò a mia moglie/a mia figlia». A me è capitato due volte: un autorevole professore universitario e un noto e brillante scrittore si premurarono di darmi questa risposta, come a dire che le opere delle donne interessano in fondo le donne, sono per le donne, non sono universali e destinate all'intero genere umano.

Certo che finché molte si faranno complici di questa mentalità gloriandosi di compiere un passo indietro rispetto al marito motociclista, o di stirare le camicie al marito filosofo (come dichiara di fare la giovane moglie di Diego Fusaro), il cammino non sarà facile. Ci aiuteranno a lastricarlo e a percorrerlo i personaggi di queste interviste e le giornaliste capaci e coraggiose che si ostineranno a farle parlare e a pubblicare le loro parole. Ci aiuterà, per dirla con l’attuale ministra degli Interni, Luciana Lamorgese, «il porre l'accento sulle competenze e la professionalità delle persone, uomo o donna non ha alcun rilievo».
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