cinema

Léa ha superato il nonno

Lui era Jérôme, quello della Fondation Jérôme Seydoux- Pathé, a lei qualcuno avrebbe potuto darle della raccomandata e invece...Film dopo film di strada ne ha fatta

di Mattia Carzaniga

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Lui era Jérôme, quello della Fondation Jérôme Seydoux- Pathé, a lei qualcuno avrebbe potuto darle della raccomandata e invece...Film dopo film di strada ne ha fatta


2' di lettura

A Parigi, al numero 73 di Avenue des Gobelins, c'è un posto che quasi nessuno conosce. Nemmeno i cinefili o sedicenti tali, forse perché per la cinefilia basta Parigi stessa, e i suoi lungosenna, e le brasserie, e i corridoi del Louvre. A quel civico c'è la Fondation Jérôme Seydoux- Pathé, con (fuori) la vecchia facciata déco e la nuova cupola di vetro ovviamente by Renzo Piano e (dentro) memorabilia di un secolo di film. Pathé è la casa di produzione nata con la nascita del cinema: il primo titolo è datato 1901.

Il Jérôme che dà il nome alla fondazione – e che ha rilevato la società trent'anni fa – è il nonno di Léa Seydoux. Al numero 73 di Avenue des Gobelins c'è la storia del cinema francese di ieri, ma pure di oggi. Qualcuno ora userebbe la parola “raccomandata”, ma in questo caso pare impropria: non possiamo capire che cosa significhi nascere in un tale milieu, noi che dobbiamo arrabattarci per cercare le nostre strade, quando certe strade sono, semplicemente, già tracciate.

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Prima della consacrazione nel 2013 (ci arriveremo), per Léa c'erano stati un Quentin Tarantino (Bastardi senza gloria), un Woody Allen (Midnight in Paris), un Ridley Scott (Robin Hood) e un Mission: Impossible con Tom Cruise. Però la nostra doveva diventare una Marianna di Francia, serviva solo l'occasione giusta.

Nel 2013 (eccoci) Abdellatif Kechiche le tinge i capelli di blu e la butta sul ring mélo de La vita di Adele; lei non ne esce schiacciata, bensì con una menzione per la performance nella Palma d'oro assegnata al film. Il cerchio si chiude, la nipotina è nell'albo del più rilevante degli allori nazionali, il nonno è contento.

La strada prosegue, e resta costellata di auteur. L'ultimo è Arnaud Desplechin, regista intellò per eccellenza che l'ha voluta in Roubaix, une lumière (1° ottobre), “polar” che affresca come nei gialli di ieri le miserie di oggi. Con un curriculum così – in mezzo ci sono pure Wes Anderson (Grand Budapest Hotel, ma l'ha richiamata anche per The French Dispatch), Yorgos Lanthimos (The Lobster), Xavier Dolan (È solo la fine del mondo) – l'ormai più nota di casa Seydoux s'è tolta lo sfizio finale: fare la Bond Girl, prima in Spectre e quest'autunno (pandemia permettendo) in No Time to Die. È tecnicamente la pupa bionda di James Bond, ma anche una psicologa non solo decorativa.

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