Michael Jackson

Leaving Neverland, un racconto su Michael Jackson pieno di soffocante dolore

di Marta Cagnola


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Michael Jackson (Ansa/Ap)

2' di lettura

Leaving Neverland, prodotto negli Stati Uniti da Hbo e trasmesso in Italia dal Nove, è sicuramente un documentario a tesi: sullo schermo scorrono lenti, inesorabili i racconti di James Safechuck e Wade Robson, ora uomini adulti, allora bambini di 7 e 10 anni. Michael Jackson, la star più luminosa del pop, che incontra le loro strade - uno vince una gara di ballo tra bimbi in Australia, l'altro è il giovane coprotagonista di uno spot della Pepsi. Michael e la sua vita abbagliante che conquistano in un attimo la fiducia delle famiglie - soprattutto delle due mamme, anche loro protagoniste del film, Michael che porta i ragazzi nell’irresistibile luna park di Neverland, che crea un legame affettivo, poi assurdamente amoroso. E sessuale, come i due ex bimbi raccontano con particolari scabrosi, disturbanti, che sconvolgono lo spettatore e lo lasciano senza parole.

Credere, non credere alla ricostruzione di Dan Reed? I fan sono, in tutto il mondo, estremamente arrabbiati. Ogni affermazione sui social, sui mezzi di comunicazione, scatena una tempesta di reazioni amarissime, talvolta violente: Jackson, in vita, è stato assolto da tutte le accuse. Tutti quelli che ora lo accusano lo fanno, dicono, solo per denaro. Le due puntate del lunghissimo documentario non ospitano alcuna testimonianza in difesa del cantante.

Pur nella comprensione delle sincere sofferenze e dell'autentica passione dei sostenitori di Michael Jackson, però, il segno che lasciano le parole di Safechuck e Robson (e quelle delle loro madri, che raccontano di un profondo senso di colpa) non è facile da dimenticare. Sarà anche per la sofisticata, calcolata tecnica di narrazione, ma non si può restare freddi e lucidi di fronte alle parole dei testimoni, ai messaggi amorosi di Jackson nelle segreterie telefoniche, alle immagini di un'epoca che già allora aveva suscitato non pochi dubbi. Non è una condanna, per un uomo che non l'ha ricevuta in vita. Non è in maniera categorica il racconto di un mostro, forse di più quello di un uomo che ha causato immani sofferenze, ma che probabilmente era il prodotto a sua volta di sofferenze enormi, ma che attorno a lui aveva una schiera di persone che lo hanno nascosto, protetto e poi gli hanno permesso di distruggersi. Al di là dell'autenticità - che non ci sarà probabilmente mai dato accertare - delle accuse più scioccanti, la sensazione che rimane è quella di un diffuso, soffocante dolore.

Inevitabile, ora, fare i conti con l'eredità umana e artistica di Jackson. Tra notizie vere e bufale, dichiarazioni di chi ha vissuto quei giorni (e chissà se parla in modo disinteressato, ci viene sempre da pensare), memorie fisiche o artistiche più o meno rimosse, ci troviamo di fronte all'eterno dubbio: l'autore come uomo si può separare dalle opere che ci ha lasciato? Forse è troppo presto, forse ci vorrà del tempo. Forse arriveranno altri documentari che ci racconteranno altre storie, il tempo e i racconti scorreranno veloci e noi faremo più o meno pace con il ricordo di un artista che abbiamo amato senza sapere nulla della sua vita. O quello che abbiamo sentito ci avrà scavato troppo nel profondo, pur lasciandoci in un dubbio lancinante? Ce lo dirà il tempo

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