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Lecito limitare gli incentivi al fotovoltaico se finiscono i soldi

di Saverio Fossati


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2' di lettura

Finiti i soldi, niente finanziamenti. Questo semplice assunto, contestato da due società italiane (Agrenergy e Fusignano Due) che operano nel settore della costruzione, gestione e manutenzione di impianti di produzione di energia da fonti rinnovabili, è stato considerato conforme al diritto Ue dalla sentenza di oggi nelle cause riunite C 180/18, C 286/18 e C 287/18e.

La sentenza della Corte di Giustizia

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Le due società, nel corso del 2011, avevano realizzato degli impianti fotovoltaici a terra e aspettavano, avendone i titoli, gli incentivi previsti dal decreto del 5 maggio 2011 dello Sviluppo economico. Ma, dal primo semestre del 2012, gli incentivi erano stati negati dal Gestore dei Servizi Energetici (Gse), a causa dell'azzeramento della disponibilità economica. Inoltre il ministero, con decreto del 5 luglio 2012, aveva ridotto notevolmente le risorse finanziarie destinate agli incentivi, quindi gli incentivi spettanti per il 2012 erano stati ulteriormente tagliati.

Le due società avevano chiesto quindi al Tar l'annullamento del Dm dello Sviluppo del 5 luglio 2012 e, in virtù del principio del legittimo affidamento, l'applicazione degli incentivi previsti dal precedente decreto del 2011.

Il Tar Lazio ha respinto i ricorsi, ricordando tra l'altro che, secondo la direttiva 2009/28/CE sulla promozione dell'uso dell'energia da fonti rinnovabili «il regime di sostegno agli impianti fotovoltaici (...) è solo una delle possibili modalità con cui gli Stati possono raggiungere gli obiettivi di produzione di energia rinnovabile previsti dalla Comunità Europea». A questo punto il Consiglio di Stato ha chiesto alla Corte di giustizia se la direttiva consenta ad uno Stato membro di disporre la riduzione o anche l'azzeramento degli incentivi in precedenza stabiliti.

Cgue ha ricordato che una serie di enunciati giurisprudenziali che andavano nella stessa direzione: anzitutto il più vasto principio del potere discrezionale degli Stati membri sul raggiungimento degli obiettivi della direttiva (sentenza del 20 settembre 2017, Elecdey Carcelen e a., C‑215/16, C‑216/16, C‑220/16 e C‑221/16, EU:C:2017:705, punti 31 e 32 ) ; poi che, pur esistendo il legittimo principio dell’affidamento dell’operatore economico nei cui confronti un'autorità nazionale abbia fatto sorgere fondate aspettative, «qualora un operatore economico prudente ed avveduto sia in grado di prevedere l'adozione di un provvedimento idoneo a ledere i suoi interessi, esso non può invocare detto principio nel caso in cui il provvedimento venga adottato. Inoltre, gli operatori economici non possono fare legittimamente affidamento sul mantenimento di una situazione esistente che può essere modificata nell'ambito del potere discrezionale delle autorità nazionale» (sentenza del 10 settembre 2009, Plantanol, C 201/08, EU:C:2009:539, punto 53 e giurisprudenza citata).

Quindi, per la Cgue, in linea di principio, il diritto dell'Unione non osta alla normativa italiana e la direttiva non obbliga gli Stati membri ad adottare dei regimi di aiuti finanziari per promuovere l'uso di energia prodotta a partire da fonti rinnovabili. E dato che la legge italiana limita la concessione dei contributi alla presenza effettiva dei fondi, il loro azzeramento è prevedibile e i princìpi del legittimo affidamento e della sicurezza giuridica sembrano quindi salvaguardati.

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