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Lega-M5S tra pressing interni ed esterni come Dc-Psi

di Paolo Pombeni

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2' di lettura

Va bene che la storia non si ripete, ma qualche parallelo con quanto già successo può essere di qualche interesse. Facciamolo fra l’alleanza fra Dc e Psi ai tempi del primo centrosinistra e quella attuale fra Lega e Cinque Stelle.

Se ci vedessimo una copia sarebbe ridicolo, non fosse altro perché fra i protagonisti di oggi è difficile scorgere i fantasmi di Moro, Fanfani, Nenni, Antonio Giolitti e via elencando. La questione è un’altra. In entrambi i casi si trattò di alleanze fra due componenti che per farla si staccavano almeno parzialmente dai vecchi mondi di riferimento, i quali puntavano a farle saltare proprio sbandierandone la contraddizione.

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La Dc era pressata da destra dai liberali di Malagodi che le rimproveravano l’alleanza con i “pianificatori” socialisti sostenitori dell’intervento pubblico in economia, così come il Psi lo era da sinistra dai comunisti che gli rinfacciavano di aver ceduto le prospettive di vere riforme istituzionali per il piatto di lenticchie di un po’ di poltrone. Si contava sulla presenza in entrambi dei nostalgici delle vecchie collocazioni, mentre anche chi le dirigeva andava cauto per non perdere il sostegno di quelle fasce di elettorato che ai vecchi mondi si rifaceva.

Non c’è qualcosa di simile nell’attuale dialettica fra Lega e Cinque Stelle? La prima è tenuta sotto pressione da Berlusconi e da Fi che le rinfacciano di essersi arresa al vetero sinistrismo dei suoi nuovi alleati accettando di promuovere leggi-manifesto che fanno male al sistema economico. I secondi sono messi sul banco degli accusati da quel mondo del radicalismo movimentista da cui ha tratto linfa il suo exploit elettorale, quel mondo che non accetta Tav e Tap, che sta coi no vax e via di questo passo. Come nel parallelo con le vicende del centrosinistra, questi assedianti esterni hanno o pensano di avere i loro referenti all’interno dei due partiti. Si tratta anche di componenti di diversa collocazione: il governatore Zaia che difende gli investimenti in grandi infrastrutture ha poco da spartire col ministro Fontana che vorrebbe cancellare qualsiasi riferimento alle famiglie arcobaleno. Così fra i Cinque Stelle abbiamo il movimentista Di Battista che non rinuncia a mantenere il suo posto sul palco con l’appello ai vecchi slogan e il presidente della Camera Fico che con taglio più istituzionale non vuole comunque perdere il rapporto con un certo tipo di elettorato.

Quale il risultato di questo stato di cose? Più o meno come ai tempi del centrosinistra dall’esterno giurano che “non può durare”, ma dall’interno dell’alleanza di governo sanno benissimo che rompere adesso l’incantesimo comporterebbe un rischio enorme. Ora come allora avanti dunque con la tradizionale collaudata strategia. Si farà tutto quanto si è promesso, ma: nei tempi dovuti, rivedendo a fondo ogni progetto, inventandosi ossimori (come “l’obbligo flessibile” sui vaccini). Si metteranno avanti alcune riforme-bandiera, tipo flat tax e reddito di cittadinanza, ma in forme embrionali spiegando che tanto questo non è che l’inizio. Intanto però l’alleanza reggerà e la permanenza al potere la consoliderà marginalizzando le pressioni esterne. Si pensava così anche ai tempi del primo centrosinistra, ma, se effettivamente si resse nel tempo, quanto a risultati non andò benissimo.

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