il contratto

Lega-M5S, i rischi di un accordo con molti ostacoli

di Antonio Padoa-Schioppa

(Ansa)

4' di lettura

Il Contratto di governo concluso tra i Cinque stelle e la Lega presenta alcuni elementi positivi. Tra questi si possono menzionare i seguenti:
- aver evitato le posizioni antieuropee spesso evocate negli anni e nei mesi e ancora nei giorni scorsi con la pericolosissima idea di non pagare una quota del nostro debito pubblico; non si parla più né di uscita dall’euro, né di violazione delle norme e degli accordi conclusi dall’Italia in sede europea, ma politiche di riforma, naturalmente legittime anche se andranno valutate caso per caso; positivo il richiamo alla necessità di incrementare il ruolo del Parlamento europeo;
- si risponde ai sentimenti diffusi di allarme valorizzando (forse con eccessivo ottimismo) il ruolo delle forze dell’ordine e proponendo forme di controllo più efficace dell’immigrazione illegale;
- si valorizza il servizio sanitario nazionale senza enfatizzazione della sanità privata;
- si insiste sul ruolo dell’università e della ricerca;
- si sottolinea la necessità di un’incisiva politica del turismo come risorsa nazionale.

Accanto a questi pregi, vi sono però limiti sostanziali, tra i quali i seguenti:
- per le imposte, parrebbe che l’aliquota massima sia il 20%: davvero troppo esigua e troppo favorevole per i ricchi, a fronte di un sostanziale aggravio per le classi di reddito inferiori; la progressività in effetti scomparirebbe; e questo è incostituzionale, oltre che iniquo;
- non è affatto chiaro come verrebbero individuate le ingenti risorse necessarie per le riforme proposte, a partire da quelle necessarie per attivare il reddito di cittadinanza;
- lo strumento chiave al riguardo sarebbe uno solo, nel quadro nazionale e in presenza di un debito pubblico ingente: puntare a una politica di recupero dell’evasione fiscale; ove nel corso del quinquennio si riuscisse a dimezzarne l’entità arrivando a recuperare circa 60 miliardi annui, il ricavato potrebbe andare, in ipotesi, per un terzo a diminuire le aliquote delle imposte recuperate, per un terzo alla diminuzione del debito pubblico e per un terzo a investimenti su beni pubblici, dalla ricerca scientifica alla tutela del territorio e alla valorizzazione del patrimonio culturale;
- manca la delineazione di una politica di sviluppo, con investimenti adeguati per la tutela dell’ambiente, per le nuove tecnologie e le nuove professionalità da cui dipende l’occupazione di domani;
- la modifica del regime pensionistico (legge Fornero) sarebbe accettabile solo ove l’anticipo dell’età pensionabile comportasse la riduzione della pensione entro i limiti consentiti dai contributi versati; altrimenti andrebbe respinta perché il principio dell’adeguamento automatico delle pensioni rispetto alla speranza di vita è essenziale per non determinare uno squilibrio ingiusto tra le generazioni;

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- sui rapporti con l’Unione europea, non si parla della necessità che il bilancio venga incrementato per investire in beni pubblici europei, anche con il ricorso a imposte ecologiche quali la carbon tax;
- pericoloso è il richiamo alla priorità delle regole costituzionali nazionali rispetto a quelle dell’Unione europea; il riferimento alla linea della Germania va precisato, in quanto la Corte di Karlsruhe, peraltro discutibile in alcune sue decisioni, ha comunque invocato la priorità dei princìpi costituzionali nazionali solo se e dove le decisioni europee non abbiamo i necessari requisiti di democraticità, non in linea generale.

In conclusione, il giudizio complessivo sul Contratto di governo risulta negativo per diversi ordini di ragioni, che possono riassumersi così:
- il programma implica un disegno di società nella quale le disuguaglianze sociali risulterebbero accresciute, perché il contributo della fascia benestante della popolazione al finanziamento dei servizi pubblici e al sostegno dei meno abbienti risulterebbe ulteriormente ridotto in misura spropositata, generando ingiustizie e discriminazioni inaccettabili in un modello di moderna comunità democratica;
- il programma prevede una serie di interventi di alleggerimento della pressione fiscale e di incremento dei finanziamenti per l’istituzione della flat tax, del reddito di cittadinanza, della rimodulazione al ribasso della Legge Fornero e altro ancora, tali da impegnare risorse molto superiori a quelle compatibili con i limiti imposti dal volume del nostro debito pubblico e dai vincoli costituzionali ed europei sul disavanzo. In assenza di una robusta politica di recupero dell’evasione fiscale, la quale comunque richiede tempi non brevi, il programma risulta pertanto irrealizzabile, a meno di non portare il debito pubblico a livelli ancora più elevati. Ma in tal caso inevitabilmente non soltanto verrebbe ulteriormente caricato sulle spalle dei giovani il peso schiacciante del debito inibendo politiche di sviluppo, ma il costo per la collettività dei titoli di stato salirebbe in misura rapida e drastica, ponendo l’Italia a rischio di default per l’impossibilità di pagare i relativi interessi, con fuga rovinosa dei capitali, erosione dei risparmi e crisi sistemica delle Banche. La crisi italiana risulterebbe rovinosa per gli italiani, ma altamente pericolosa anche per l’Europa nel suo insieme;

- il programma non guarda alla prospettiva di medio-lungo periodo ma solo a quelli che sono gli interessi immediati sacrificando pesantemente le generazioni future; questa assenza di prospettiva è particolarmente grave.

Il programma risulta dunque criticabile in quanto socialmente iniquo, operativamente inattuabile, prospettivamente miope.
Un giudizio troppo severo? Mi auguro che sia così. Ma il rischio è molto alto, perché la cifra necessaria per realizzare quanto promesso richiede una manovra dai 50 ai 65 miliardi. E queste risorse non ci sono, a meno di infrangere gli impegni assunti in sede europea, che sono nell’interesse anche nostro, con conseguenze potenzialmente gravissime.

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