VIAGGIO NELL’ANIMA DELL’EUROPA / 8

Leggere Ankara per capire Roma

di Carlo Ossola


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La moschea di Kocatepe

5' di lettura

Anatolia, «Anatolh ». L’oriente ove sorge l’astro; e anche l’« Ecce vir Oriens nomen eius » (Zaccaria, VI, 12), l’aurora della promessa e della salvezza. Vengo qui con in mente una geografia antica e mai spenta: Lidia, Frigia e Panfilia, le Lettere di San Paolo agli Efesini e ai Colossesi, e poi – proprio al centro dell’Anatolia – la Galazia della Lettera ai Galati, e della capitale romana Ancyra. In quelle terre è la continuità della koinè greca e la culla del primo cristianesimo, dei viaggi di San Paolo e della luminosa liberazione della “religione delle genti” da caratteristiche etniche rituali come la circoncisione: «Quattordici anni dopo, andai di nuovo a Gerusalemme in compagnia di Bàrnaba, portando con me anche Tito […]. Esposi loro il Vangelo che io annuncio tra le genti […]. Ora neppure Tito, che era con me, benché fosse greco, fu obbligato a farsi circoncidere; e questo contro i falsi fratelli intrusi, i quali si erano infiltrati a spiare la nostra libertà che abbiamo in Cristo Gesù, allo scopo di renderci schiavi; ma a loro non cedemmo, non sottomettendoci neppure per un istante, perché la verità del Vangelo continuasse a rimanere salda tra voi. […] Anzi, visto che a me era stato affidato il vangelo per i non circoncisi, come a Pietro quello per i circoncisi […] diedero a me e a Barnaba la loro destra in segno di comunione, perché noi andassimo verso i pagani ed essi verso i circoncisi. Soltanto ci pregarono di ricordarci dei poveri: ciò che mi sono sempre preoccupato di fare» ( Galati , II, 1-10; una lettera che è la prima vera autobiografia di un cristiano).

E poi ancora un poco più a Oriente la Cappadocia, quella dei grandi padri del IV secolo che hanno fondato il cristianesimo d’Oriente: Basilio Magno, Gregorio di Nissa e Gregorio di Nazianzo, del quale basterebbe ricordare l’inno creaturale del quotidiano liberato nel sempre: «Mangio, dormo, riposo e cammino / mi ammalo e guarisco / sono preda di desideri e sofferenze. / Godo del sole e di ogni frutto della terra / e presto morirò diventando polvere / come la polvere di ogni creatura. / Ma tu sei il mio Dio ora e oltre la morte / tu sei il Vivente e io vivo e vivrò in te» (Gregorio di Nazianzo, Creatura).

Il Tempio di Augusto e della dea Roma. Nel «Monumentum Ancyranum» sono contenute le Res Gestae dell’imperatore Augusto. Le iscrizioni testamentarie di Augusto erano nel suo mausoleo a Roma; oggi resistono le copie inviate nelle province; ad Ancyra (Ankara), Apollonia di Pisidia (Uluborlu) e Antiochia di Pisidia (Yalvaç), tutte in Anatolia

Turchia è nome recente: l’Anatolia di Efeso, Smirne, Pergamo, Laodicea, è quella delle origini e dell’Apocalisse, delle «sette chiese» della visione ultima nella quale l’Agnello spezzerà i sette sigilli (Apoc., I-VI). Ma è anche la culla di Roma: il «monumentum ancyranum» conserva le Res gestae divi Augusti; ad Ankara troviamo lo scrigno lapideo della storia di Roma nel suo massimo splendore augusteo. Ho preparato il viaggio con John Scheid (che ha pubblicato il «monumentum») e con Fabrizio Pennacchietti, che conosce ogni metamorfosi e traccia latente di quelle lontane chiese, sino alle propaggini dei Pauliciani negli odierni Aleviti di Turchia.

LE TAPPE DEL VIAGGIO
LE TAPPE DEL VIAGGIO
LE TAPPE DEL VIAGGIO

Le iscrizioni testamentarie di Augusto dovevano trovarsi davanti al suo mausoleo a Roma; oggi non sono più reperibili, ma esistono le copie inviate nelle province; sopravvivono quelle di Ancyra (Ankara), Apollonia di Pisidia (Uluborlu) e di Antiochia di Pisidia (Yalvaç), tutte in Anatolia: le sue res gestae sono leggibili laggiù, sulle pareti di una moschea di Ankara. Apprendiamo ciò che Augusto narra di sé: «Ho fatto guerre per terra e per mare, civili ed esterne in tutto l’orbe della terra; e dopo le vittorie ho preferito perdonare che estinguere chi chiedesse grazia. […] Sono stato salutato 21 volte con il titolo di imperator. […]. Nei miei trionfi, nove re o figli di re sono stati tratti davanti al mio carro […]»: potenza, magnanimità, rispetto di tutte le magistrature, pure in sé cumulate in modo distinto e disgiunto. Ma già si percepisce avanzare sulla scena la plebe di Roma, il ventre di Roma, che sarà motivo di trionfo e rovina di tanti successivi imperatori: «Alla plebe di Roma ho conferito trecento sesterzi a testa (viritim), in esecuzione del testamento di mio padre, e a titolo mio, ho distribuito – nel mio quinto consolato [29 a.C.] – quattrocento sesterzi tratti dal bottino di guerra. Una seconda volta, durante il mio decimo consolato [24 a.C.] ho elargito, dal mio patrimonio, quattrocento sesterzi a testa a titolo di congiario [cioè distribuzione gratuita di derrate]»; e così ancora nell’undicesimo e tredicesimo consolato… Ah, eterna Roma d’Augusto!

Anatolia delle nostre radici, viene da te – in una copia marmorea romana – il Galata morente (ora ai Musei capitolini), probabilmente dal Donario di Attalo a Pergamo, scoperto all’inizio del XVII secolo negli scavi di Villa Ludovisi, che sarà il modello del patetico eroico, con il gruppo del Laocoonte vaticano, per l’età barocca e romantica.

Certo nell’Ankara di oggi, contemplando dalla ciclopica Moschea di Kocatepe quel che resta del tempio di Augusto e della dea Roma, questo lascito pare come un “Galata morente”, mentre avanzano nuove dittature e Anatolia prende un volto che non sembra più il suo; ma la dittatura più grave è quella dell’oblìo, che dà alla verità un solo volto frontale e non la circonda con lo sguardo che abbraccia.

Da queste terre veniva, nel Medioevo, Yunus Emre; egli ci ha lasciato questa traccia per cercare con l’occhio del cuore: «Non conobbero il significato della Verità con la legge canonica, / Con questa ipocrisia i saggi non sono rinati. / La Verità è un mare, la legge canonica è la sua nave, / La maggioranza non è scesa per tuffarsi in mare. / […] / Chi commenta i Libri sacri rifugge dalla loro verità, / Legge l’interpretazione e ne ignora l’intimo significato. / […] / Chi non cambia il proprio nome non si è messo ancora sul giusto cammino» (Y. Emre, Il significato della Verità [ Hakikatın mânası ] in Divan, a cura di Anna Masala, Roma, Semar, 2001).

Sì la Verità è un mare, nel quale occorre tuffarsi; e la storia del Mediterraneo è la nostra verità, in specie quella della nostra penisola, approdo di tutte le civiltà; la verità storica del Mediterraneo è come l’anice stellato: le sue punte, Odessa, Alessandria, Salonicco a Oriente, si riflettono nei porti d’Occidente, Cadice, Marsiglia, Ostia antica, con una trasparenza cristallina quale una poesia recitata a sera, come scrive Hilmi Yavuz: «La sera è la più bella delle storie / se ben raccontata // in tutto ciò che è vero c’è un poco / di collera un poco di timore // dice una favola / se il bicchiere è più fine, più limpido è il vino / […] / e che poco o tanto di ieri sia rimasto / trasformi il soffrire in rubino / la tristezza in diamante // perché la sera è la più bella delle storie / se ben raccontata» (Esili d’Oriente).

So che nel venire a te, Anatolia, molto mi sarà rimproverato; ma preferisco la delusione del presente che il tradimento del passato e custodisco la riserva di futuro che conserva il tuo Oriente-Germe, «germoglio di giustizia» secondo la definizione biblica (Zaccaria, III, 8-10). Preferisco pensarti con le parole di Osip Mandel’štam, nelle sue Poesie di Mosca (1930-34): «Tatari e Usbechi e Neneti, / fino ai Tedeschi del Volga, / e tutto il popolo dell’Ucraina, / attendono chi li traduca. // E forse in questo stesso momento / c’è un Giapponese che / avendo saputo comprendere l’animo mio / in lingua d’Anatolia mi traduce» (novembre 1933).

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