alla promulgazione della legge

Legittima difesa, la lettera di Mattarella segna una svolta

di Carlo Melzi d'Eril e Giulio Enea Vigevani


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(ANSA)

3' di lettura

Legiferare stanca. Una legge (ben fatta), soprattutto in una materia delicata quale il diritto penale, deve bilanciare esigenze diverse e inserirsi il più possibile armonicamente in un sistema complesso, dotato, essendo di buoni natali, di una propria logica e di una interna coerenza, almeno fino a quando gli interventi del moderno legislatore non ne avranno stravolto l’impianto.
Il mestiere del demagogo è assai meno faticoso. Si individua uno slogan e lo si traduce in legge, senza doversi preoccupare della compatibilità con altre disposizioni o del rispetto dei limiti costituzionali. Pazienza, poi, se qualcun altro – il Presidente della Repubblica, la Corte costituzionale, i giudici italiani o europei - dovrà ricucire lo strappo: il messaggio è puro, il nemico ben individuato, il dividendo elettorale auspicato.

Ciò è quanto sembra essere accaduto con la modifica della legittima difesa, il cui testo recepisce motti quali “la difesa è sempre legittima”, forse di effetto propagandistico ma incompatibili con i principi del nostro diritto penale. La legittima difesa individua i casi in cui, eccezionalmente, l’ordinamento tollera che lesioni a beni come la vita o la salute non siano punite. Perché ciò sia razionale e non arbitrario, deve essere frutto di un ragionevole bilanciamento tra i vari interessi in gioco.

Uno dei punti qualificanti della riforma esclude la punibilità quando la persona ha agito in «stato di grave turbamento derivante dalla situazione di pericolo in atto». È facile immaginare giudici ordinari e Corte costituzionale ben presto impegnati a verificare la riconducibilità della modifica nei binari della Costituzione.

Un aiuto non da poco in questo senso viene dal Presidente della Repubblica. All’atto della promulgazione, il Capo dello Stato ha inviato una lettera ai presidenti di Senato, Camera e Governo, che da un lato smonta l’impianto ideologico della legge e dall’altro ne evidenzia alcuni profili di incostituzionalità.

Che cosa ha scritto Mattarella?
In primo luogo, che la sicurezza dei cittadini è primaria ed esclusiva responsabilità dello Stato; poi, ha sottolineato che «laddove l’art.55 del codice penale, attribuisce rilievo decisivo “allo stato di grave turbamento derivante dalla situazione di pericolo in atto”» sarà necessario verificare la «portata obiettiva del grave turbamento e che questo sia effettivamente determinato dalla concreta situazione in cui si manifesta». Il turbamento, per legittimare l’offesa, deve essere in qualche modo giustificato dall’accaduto, altrimenti un’aggressione, anche minima, magari solo verbale, consentirebbe una risposta imparagonabile per violenza.

Mattarella aggiunge due palesi profili di irragionevolezza della nuova normativa in tema di spese di giudizio e di sospensione condizionale della pena.

Al di là del merito, resta il fatto, raro e non previsto dalle regole sul procedimento legislativo, di una “accompagnatoria” alla promulgazione di una legge, che ne detta l’interpretazione autentica, o meglio ne stigmatizza in anticipo l’esegesi incompatibile con le norme costituzionali.

Resta il fatto di una “accompagnatoria” alla promulgazione di una legge, che ne detta l’interpretazione autentica

A voler essere rigorosi, si tratta di una obiettiva torsione del sistema: invece di attendere il controllo diffuso della magistratura ed eventualmente della Corte, è lo stesso vertice della Repubblica a individuare i confini di una interpretazione non contrastante con la Carta.

Non sarebbe stato più opportuno che egli esercitasse il potere di rinvio previsto espressamente dalla Costituzione e obbligasse le Camere a riflettere nuovamente sul testo approvato? Si tratta, è vero, di un potere esercitato negli ultimi decenni con estrema prudenza, quasi che gli inquilini del Colle non vogliano porsi in aperto conflitto con la volontà parlamentare. In questo caso, tuttavia, Mattarella stesso individua evidenti profili di illegittimità della legge, che avrebbero ben giustificato un riesame da parte del Parlamento.

Certo, nell'intervento del Quirinale si potrebbe leggere una risposta ad alcune affermazioni scomposte di esponenti della maggioranza, secondo cui l’intervento legislativo avrebbe consentito “mano libera”, in termini di risposta all'aggressione. Il Presidente era conscio che la vulgata rimbalzata sui media avrebbe rischiato di comunicare alla cittadinanza un messaggio sbagliato. In quest’ottica, questa “promulgazione dissenziente” sembra volta a rimettere le cose “a posto”, sino quasi a sbarrare la strada a letture incompatibili con il testo costituzionale.

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