Tribunale di Milano

Legittimo usare «Banksy» per catalogo e mostra

di N. T.


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(Ansa)

3' di lettura

Si comincia nelle strade e si finisce in tribunale. Ovvero, quando la street art approda nelle aule di giustizia. Il tribunale di Milano, con ordinanza cautelare della Sezione specializzata in materia di impresa nel procedimento n. 52442/18, ha fornito una serie di chiarimenti in una materia scivolosa come quella della tutela giuridica di opere d’arte nate per non essere esposte nelle gallerie d’arte o nei musei. Al centro della controversia le opere di quello che è certo emblema della street art, il writer inglese Banksy. La società Pest Control Office Limited che tutela il marchio Banksy e la autenticità delle opere dell’artista aveva mosso diverse contestazioni contro la società 24 Ore Cultura (che appartiene al gruppo che edita questo giornale), che ha prodotto la mostra «A Visual Protest. The Art of Banksy» in corso in questi giorni al Mudec di Milano. Il giudice ha respinto tutte le contestazioni tranne una.

Quanto alla legittimità dell’utilizzo del nome «Banksy» nel materiale promozionale della mostra, l’ordinanza, facendo appello anche alla «comune esperienza di esposizioni e mostre», ricorda che il particolare rilievo dato al nome dell’artista cui la mostra è dedicata è una pratica «del tutto normale» indirizzata «a orientare il pubblico rispetto all’oggetto della stessa». Conclusione allora lapidaria: «Il fatto che la mostra sia dedicata ad un solo artista giustifica dunque anche l’evidenziazione del suo nome, senza di per sé stesso denotare l’esistenza di legami particolari con l’artista stesso o suoi aventi causa».

Banksy in mostra al Mudec

Banksy in mostra al Mudec

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Argomentazioni analoghe utilizza il giudice per considerare legittima la riproduzione su parte del materiale promozionale di due delle immagini simbolo dell’artista inglese, la «bambina con il palloncino rosso» e il «lanciatore di fiori». Si tratta infatti di un utilizzo in funzione descrittiva, che non propaganda prodotti di 24 Ore Cultura ma è piuttosto un tassello della comunicazione della mostra.

Coerente è allora il passaggio ulteriore che invece considera illegittima la commercializzazione di alcuni prodotti (agendina, quaderno, cartolina, segnalibro, gomma) su cui era stato collocato il segno «Banksy». Si tratta infatti di prodotti del tutto generici, sottolinea l’ordinanza, di comune consumo e senza uno specifico riferimento alla mostra.

Sulla linea di confine, nella riflessione del giudice, si è infine posto il tema del catalogo della mostra, soprattutto sotto il profilo dell’illecito concorrenziale. In questo senso era stata infatti avanzata la contestazione da parte della «Pest Control». Il volume ha una copertina sulla quale appare la dicitura «Unofficial–Unauthorised», che non contiene segni registrati da «Pest Control», se non nel retro del volume una breve citazione di uno scritto dell’artista con l’indicazione del suo nome d’arte.

All’interno del volume, insieme a molte immagini di opere dell’artista, sono raffigurate anche le immagini delle opere «bambina con il palloncino rosso» e «lanciatore di fiori» che la «Pest» ha riprodotto nelle rispettive registrazioni di marchio insieme a numerose immagini di altre opere dello stesso artista.

L’ordinanza si sofferma allora sul tema della legittimità dello sfruttamento economico anche solo di riproduzione fotografica di opere di un artista. Opere che sono risultate essere state acquistate da privati dopo autorizzazione dello stesso Banksy alla loro messa in vendita. Privati che poi hanno ceduto al Sole 24 Ore Cultura il diritto alla riproduzione. Tuttavia è apparso assai impervio, anzi impossibile, dimostrare che insieme con il diritto di proprietà fosse stato ceduto anche quello di riproduzione dell’opera. Potrebbe allora venire compromesso il diritto dell’autore all’utilizzo commerciale della propria opera visto che il catalogo “incriminato” si metterebbe in diretta concorrenza con altre analoghe pubblicazioni autorizzate da Banksy.

Tuttavia il giudice, alla fine, arriva a una conclusione opposta. E lo fa, sostenendo che «Pest Control» non ha dimostrato di essere a sua volta titolare dei diritti di riproduzione delle opere; ha invece avanzato una rivendicazione sulla base dei diritti originati dalle registrazioni di marchio: «In buona sostanza non vi sono elementi significativi per ritenere che l’artista non abbia riservato a sé l’eserczio del diritto di riproduzione».

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