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Legno, futuro della filiera in gioco sui sussidi all’energia

La Commissione europea si deve esprimere sulla direttiva Red III e sulla proroga dei contributi a favore delle centrali a biomasse. Industria dei pannelli: «Distorsione del mercato»

di Giovanna Mancini

(dobrovizcki - stock.adobe.com)

4' di lettura

La fame energetica dell’Europa scatena nuovamente la battaglia sui sussidi alla combustione del legno per la produzione di energia, questione che verrà affrontata dalla Commissione europea, chiamata a votare la direttiva Red III sulle energie rinnovabili, che comprende al suo interno anche la proroga o meno degli incentivi in vigore da oltre dieci anni.

La questione vede contrapporsi gli interessi dei Paesi ricchi di foreste, produttori ed esportatori di tronchi (soprattutto nel Nord ed Est Europa) e quelli dei Paesi trasformatori, come l’Italia, che del legno si servono soprattutto per produrre lavorati e semilavorati.

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Ma il tema divide anche le filiere industriali: da un lato i proprietari di centrali a biomasse, beneficiarie dei sussidi, che utilizzano gli scarti del legno per produrre energia, dall’altro le imprese del legno-arredo, che considerano questi sussidi un elemento di distorsione del libero mercato.

Oggi più che mai gravoso, visti i prezzi esorbitanti raggiunti dalla materia prima legnosa, spinti dal rincaro generale dei materiali e dall’elevata domanda di scarti del legno vergine proprio come fonte energetica alternativa al costosissimo gas.

I prezzi e le conseguenze

Basti pensare che, secondo i dati forniti da Assopannelli, nel centro Europa i prezzi di mercato delle segature e del legno cippato (ovvero triturato) sono aumentati da 5 a 30 euro al metro stero negli ultimi 18 mesi, mentre i pellet (utilizzati per il riscaldamento domestico) stanno raggiungendo i 1.000 euro a tonnellata.

«Il settore del legno, e in particolare l’industria europea del pannello, soffre per la scarsità di materia prima – spiega il presidente di Assopannelli Paolo Fantoni –. Alcune aziende sono arrivate a interrompere temporaneamente le produzioni, con il rischio concreto di far venir meno alla filiera del mobile il necessario rifornimento». Inoltre, alcuni produttori sono costretti a rifornirsi di legname da oltreoceano, per ovviare alla mancanza di disponibilità dai tradizionali fornitori europei, con aumento di costi e di tempi di consegna.

Dall’altra parte, dicono i produttori di biomasse, «se la Commissione non approverà nuove misure di sostegno alle nostre imprese, gli impianti sono destinati a chiudere allo scadere degli incentivi attualmente in vigore, quindi tra il 2023 e il 2026», come afferma il presidente di EBS, Antonio Di Cosimo, che rappresenta i principali produttori di energia elettrica da biomasse solide e raggruppa 15 operatori e 18 impianti di taglia superiore ai 5 MW su tutto il territorio nazionale.

Ancora diversa è la posizione di Aiel, l’associazione che rappresenta i produttori di biocombustibili legnosi e delle tecnologie per trasformare questi biocombustibili in calore ed energia (stufe, inserti camino, caldaie, gruppi di cogenerazione): aziende che non sono destinatarie dei sussidi, ma che rivendicano la sostenibilità della filiera che utilizza gli scarti del legno per produrre energia, come spiega la presidente, Annalisa Paniz. Ebs e Aiel assicurano infatti che la materia prima utilizzata negli impianti italiani (sottoposti a rigidi controlli) è tutta di origine certificata e proviene esclusivamente da «residui dalla manutenzione del bosco, come cascami e sfalci di potatura, scarti di lavorazione del legno non diversamente impiegabili, residui di campo delle aziende agricole o residui delle attività agroalimentari», precisa Di Cosimo.

I risvolti ecologici

E qui si entra nel secondo punto dirimente della questione, quello ecologico, anch’esso sotto l’esame della Commissione europea, che proprio ieri ha approvato una serie di regole più stringenti per la lotta al cambiamento climatico, tra cui la richiesta alle aziende di verificare e garantire che i prodotti venduti all’interno dell’Unione non provengano da terreni deforestati o degradati. La federazione europea dei pannelli preme sul cosiddetto “Principio dell’uso a cascata” del legno, in base al quale questo materiale dovrebbe essere utilizzato in via prioritaria «per la realizzazione di travi, tavole, pannelli, mobili ecc., lasciando come ultima possibilità la sua valorizzazione energetica», spiega Fantoni, che cita inoltre la denuncia della coalizione Forest Biomass out of Red, formata da 100 Ong, supportate da circa 300 scienziati, secondo cui «la produzione di energia da biomassa forestale è più inquinante dell’uso delle fonti fossili». Una denuncia ripresa anche dal «New York Times» in un’inchiesta pubblicata la scorsa settimana, che mette in rilievo come la politica dei sussidi alla combustione del legno abbia fatto di questa materia prima la principale fonte di energia rinnovabile in Europa, davanti a quella solare ed eolica.

Il ruolo dell’Europa

La Commissione è chiamata oggi a mediare tra queste posizioni e interessi differenti. «È probabile che si arriverà a un compromesso – spiega Paolo Fantoni – che per noi non è ottimale, ma che segna comunque un passo avanti. Ci aspettiamo cioè che dai contributi, che sono comunque riservati solo ai kilowatt prodotti da combustione di legno vergine, vengano esclusi i tronchi e le parti nobili del legno, mentre rimangano per tipologie come cippato e segature». L’industria del legno chiede inoltre «un’attivazione più stringente dell’uso a cascata del legno con declinazioni nazionali differenziate», aggiunge Fantoni, che cita il caso virtuoso del Belgio, dove i produttori di pannelli truciolari possono opzionare una certa quantità di legno e acquistarla in via prioritaria rispetto alle centrali a biomasse, sotto il controllo della camera di Commercio locale.

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