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«Lei non sa chi sono io»: reato di concussione per il giudice che usa la carica

La Cassazione condanna il magistrato che aveva provato a trarre indebito vantaggio nei rapporti con la pa per il ruolo ricoperto

di Patrizia Maciocchi

(IMAGOECONOMICA)

2' di lettura

«Lei non sa chi sono io: se voglio il fascicolo lo visiono lo stesso, lo faccio sequestrare e me lo porto in Tribunale». È l’italica frase, costata una condanna per concussione a un giudice del Tribunale di Milano che aveva intimidito una funzionaria del comune, per avere subito accesso a un fascicolo, utile a risolvere un braccio di ferro privato con un cittadino che aveva avuto la malsana idea di aprire un bar sotto casa sua. Iniziativa così poco gradita da indurre l’imputato a far visita, spesso e volentieri, agli uffici dedicati all’edilizia privata nel tentativo di bloccare l’apertura del locale.

La Cassazione, con la sentenza 21770, ha confermato la condanna per concussione, assolvendo invece il giudice dal reato di abuso d’ufficio per gli incarichi dati all’ingegnere Ctu nella causa civile che il condominio aveva intentato contro l’aspirante negoziante. A far scattare la condanna non è stata la semplice comunicazione del ruolo di giudice al Tribunale di Milano, ma la strumentalizzazione della qualifica per ottenere un indubbio indebito vantaggio. Avere subito, per scopi del tutto estranei al servizio, accesso alla pratica, quando un semplice cittadino, compreso il «nemico» barista, avrebbe impiegato, secondo gli stessi testi dell’ufficio, dai 60 ai 120 giorni.

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La funzionaria intimidita

Il giudice, finito nelle maglie della giustizia nell’inedita veste di imputato, aveva saltato qualunque prassi in uso nell’ufficio, a iniziare dall’appuntamento richiesto per essere ricevuto fino ai chiarimenti sui motivi dell’urgenza di accedere ad atti ancora in via di istruzione. Non essendo poi riuscito nel suo scopo al primo colpo, perché un impiegato non si era lasciato impressionare né dal tono né dal ruolo, era andato dalla dirigente centrando l’obiettivo, prospettando alla donna la possibilità di ottenere il sequestro dei fascicoli che gli interessavano. Grazie alla frase divenuta un tormentone comico da mezzo secolo a questa parte, la toga aveva potuto il giorno dopo la «sfuriata» vedere le carte e predisporre un esposto contro l’avversario che aveva dovuto invece seguire le regole della pubblica amministrazione. Regole alle quali il giudice si sentiva evidentemente superiore, ma che avrebbe fatto bene a seguire.

La lesione del prestigio della magistratura

La Cassazione, con la sentenza 2158/2021 aveva già avallato la sospensione cautelare dalle funzioni del giudice e la collocazione fuori ruolo, con il solo assegno alimentare, disposta dal Consiglio superiore della magistratura, a causa di uno sfoggio di autorità considerato lesivo dell’onore delle toghe. Nel mirino dei probi viri era finita anche la minaccia, ora prescritta, rivolta - nel corso di una riunione della Commissione periti ed Esperti della Camera di commercio di Milano di cui era vicepresidente - alla responsabile dei servizi legali dell’Unione Commercianti, rea di aver redatto un parere in favore del «nemico». Essendo la diretta interessata assente il giudice aveva lanciato un messaggio a chi la sostituiva dicendo: «Che bei pareri che fa il suo capo, brava, brava. Ma è sicura che l’anno prossimo farà ancora questo lavoro?». Ora le incertezze sul lavoro riguardano la toga, sospesa intanto dai pubblici uffici per la durata della pena. Poi ci sarà un nuovo procedimento disciplinare che dovrà tenere conto della condanna definitiva.

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