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Leonardo e l’edificazione del suo mito

La Biblioteca Nazionale Fiorentina fa il punto su come è mutata la sua immagine, da fine Settecento fino alla vigilia della Seconda guerra mondiale

di Valeria Ronzani

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Guerin Meschino

La Biblioteca Nazionale Fiorentina fa il punto su come è mutata la sua immagine, da fine Settecento fino alla vigilia della Seconda guerra mondiale


2' di lettura

Nell'occasione dei 500 anni dalla morte di Leonardo da Vinci il suo genio ci è stato proposto davvero in tutte le salse. Onore al merito alla Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze, che col suo “Leonardo di carta in carta: la costruzione del mito tra Ottocento e Novecento” ci propone, fino al prossimo 14 marzo, un'indagine su come si è andato via via a costruire il suo mito e come è mutata la sua immagine, da fine Settecento fino alla vigilia della Seconda guerra mondiale.

La Nazionale fiorentina è la più importante biblioteca italiana, i suoi fondi sono un vero pozzo di San Patrizio per libri, stampe, documenti, cartoline, depliant, pubblicità. Più di centodieci testimonianze di varia natura, integrate, in sporadici casi, da prestiti di altre importanti istituzioni. A maggior ragione stupisce la mancanza di quella che immaginavamo sarebbe stata la star dell'esposizione, la celeberrima Gioconda coi baffi di Marcel Duchamp, dalla Nazionale posseduta nel ricchissimo fondo di libri d'artista creato dal collezionista Loriano Bertini. Uno dei più importanti al mondo. Non che le avanguardie latitino, anzi, c'è pure lei, la Monna Lisa baffuta, quale elemento compositivo di un tableau dada firmato con Francis Picabia nel n. 12 del marzo 1920 di “391”, dalla Biblioteca Estense Universitaria di Modena.

Base di partenza della rassegna fiorentina il 1796, quando Napoleone dette l'ordine di trasferire in Francia i codici leonardeschi della Biblioteca Ambrosiana. Da lì, su su fino al 1939, data della grande “Mostra di Leonardo da Vinci e delle invenzioni italiane”. A Milano si celebra in questo modo, anche per facilmente intuibili ragioni propagandistiche, il genio italico. Di cui Leonardo incarna una delle massime vette. Ma la mostra è anche occasione di razzolare in un vissuto curioso e piccolo borghese. Come la pubblicità della cera “Gioconda”, o le figurine del dado Liebig, con tanto di notazione storica. Un metodo educativo alla portata di tutte le classi e tanto profumo piccolo borghese. Proprio quello che hanno buttato all'aria con il loro sberleffo anti-accademico le avanguardie novecentesche.

Futurismo, dadaismo e su tutti, fino ai nostri giorni, il genio iconoclasta di Marcel Duchamp. Uno di quegli artisti della serie: “Dopo di me il diluvio”. Lui che ha attraversato come una freccia ogni movimento artistico del Novecento, creando ogni volta un capolavoro, ha inventato tutto, indicando la strada per l'arte concettuale, per i multipli coi suoi ready made e chi più ne ha più ne metta. Ma già le accademie idolatravano il genio da Vinci, partendo dal culto del ”Cenacolo”, tanto fragile e tanto amato. Sottoposto a diversi tentativi di restauro, definito da Goethe nel 1788 “una vera chiave di volta dei concetti artistici”. Prima che l'ipertrofico culto di “Monna Lisa” debordasse senza argini. Poi, ancora, D'Annunzio, il decadentismo, il simbolismo, la fascinazione per quella sessualità ambigua di tanti suoi personaggi. Insomma, stimoli e occasioni di approfondimento per tutti i gusti.

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