Arti visive

Leonardo il Fiorentino

di Cristina Acidini

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4' di lettura

Se c’è una ricorrenza che il nostro Paese celebra in modi molteplici in quest’anno, è il mezzo millennio della morte di Leonardo da Vinci, avvenuta il 2 maggio 1519 nel castello del Clos-Lucé ad Amboise, fra le braccia - racconta Giorgio Vasari - del re Francesco I. Già a Milano Leonardo era entrato in buon rapporto con Carlo VIII nel 1494, poi con Luigi XIII nel 1499. Nel 1516, traslocando in Francia, portò con sé manoscritti originali in quantità, disegni, quadri non finiti. E poiché i quadri da lui venduti al re si aggiunsero a quelli già “rastrellati” a Milano, è nel Museo del Louvre a Parigi che si ammira il nucleo di suoi dipinti più numeroso al mondo: la prima Vergine delle Rocce, la Belle Ferroniére, la Sant’Anna con la Madonna e il bambino Gesù, San Giovanni Battista, San Giovanni-Bacco, la mitica Monna Lisa. Quando qualcuno - che sia un politico o una tifoseria da stadio - reclama la restituzione di Monna Lisa, dimentica che il dipinto non entrò in Francia col bottino di guerra di Napoleone, ma prima, “importato” dall’autore.

In confronto, il lascito di Leonardo nella “sua” Firenze è assai ridotto: negli Uffizi i disegni e, in una sala della Galleria, i tre quadri con suoi interventi autografi, il Battesimo di Cristo del Verrocchio, l’Annunciazione, l’Adorazione dei Magi incompiuta, risalenti alla fase giovanile prima dell’andata a Milano nel 1482. Della Battaglia d’Anghiari resta il ricordo, anzi il fantasma, che aleggia Palazzo Vecchio.

Per riportare simbolicamente “a casa” Leonardo, nel 2019 a lui dedicato, oltre alle pubblicazioni e agli incontri vi è la strada delle mostre temporanee. Già è stato esposto con successo il Codice Leicester. In questa primavera è invece visitabile in Palazzo Vecchio la mostra Leonardo da Vinci e Firenze. Fogli scelti dal Codice Atlantico, che espone dodici fogli estratti da quella straordinaria miscellanea, costituita da 1119 fogli dai soggetti più diversi, autografi e non solo, raccolti nell’arco di quarant’anni. Oltre a questi prestiti generosi della Veneranda Biblioteca Ambrosiana, la mostra presenta un’affascinante Testa di Cristo Redentore attribuita all’allievo Gian Giacomo Caprotti detto Salaì, dalla Pinacoteca Ambrosiana.

Come stella polare nella navigazione attraverso il Codice, si è scelta la più sicura, la città d’origine. Firenze fu per Leonardo lo scenario delle tribolazioni familiari, la meta dei ritorni, e una presenza costante attraverso le reti di protezioni, conoscenze, amicizie, corrispondenze, il bagaglio delle conoscenze, delle esperienze, dei ricordi acquisiti in patria, il lavorìo progettuale e la continuazione dei quadri là iniziati.

I fogli prescelti portano allo scoperto, anche solo grazie a una frase o a un segno, alcuni dei legami più duraturi di Leonardo con Firenze, dal periodo in cui frequentò Andrea del Verrocchio, al secondo soggiorno in città, compresi i ricordi a distanza di persone conosciute e a cose fatte e viste a Firenze.

Una memoria tenace riguarda Santa Maria del Fiore, l’innovativo cantiere di Filippo Brunelleschi nella costruzione della Cupola e nell’avvio della lanterna. Presso l'Opera ancora si trovavano quelle “macchine” che avrebbero ispirato generazioni di ingegneri, compreso Leonardo, il quale poté studiarle da vicino quando assisteva il Verrocchio nel montaggio della palla in rame dorato sulla lanterna, nel 1471.

Di foglio in foglio si riannodano le fila dei suoi rapporti con persone più e meno amiche: con Sandro Botticelli, collega maggiore d’età, bersaglio di una critica pungente; con fra’ Girolamo Savonarola, che lo consultò per il progetto della Sala del Maggior consiglio cittadino; con l’apparato della Repubblica retta dal gonfaloniere Pier Soderini, che lo incaricò di dipingere in quella sala la Battaglia d’Anghiari, in competizione con Michelangelo, al quale fu affidata la Battaglia di Cascina.

Un’istituzione di stabile riferimento per Leonardo fu lo Spedale di Santa Maria Nuova, che non solo era una grande struttura sanitaria e assistenziale, ma gestiva anche depositi bancari. All’artista inoltre offriva l’opportunità di studiare l’anatomia umana, con la dissezione dei cadaveri: da qui la suggestiva leggenda che usasse a quello scopo due “vasche” sotterranee, che pare invece servissero a tingere stoffe. Lo Spedale era anche sede della Compagnia di San Luca o dei pittori, cui Leonardo apparteneva fin dal 1472.

Vi è un foglio di studi sul volo degli uccelli, presupposto per la progettazione dell’ala meccanica e del volo umano, sperimentato o solo immaginato in quel di Fiesole, e in esso il presunto ricordo infantile del nibbio, su cui esercitò il suo metodo psicanalitico Freud.

Sono poi innumerevoli le sue osservazioni sul comportamento dell’acqua, specialmente nei fiumi. Profondo conoscitore dell'Arno - secondo Vasari, Leonardo «fu il primo ancora che giovanetto discorresse sopra il fiume d’Arno per metterlo in canale da Pisa a Firenze» -, progettò un lungo corso artificiale alternativo a quello naturale, verso Prato, Pistoia, la Val di Nievole e il Padule di Fucecchio, per raggiungere il fiume a Vico Pisano e quindi il mare. Avrebbe migliorato la navigazione e scongiurato le alluvioni, ma trattandosi di un’opera faraonica che comportava enormi sbancamenti di terra e perfino il traforo di un monte, il Serravalle, non fu mai neppure iniziato.

Ai dipinti eseguiti o anche solo impostati a Firenze, allude in mostra il disegno (non autografo) della mano del San Giovanni Battista (Parigi, Louvre) con l’indice puntato in alto.

Non potevano mancare riferimenti alla potente famiglia Medici. Nel 1513 infatti Leonardo si mette al servizio di Giuliano duca di Nemours e di Giovanni-Leone X, figli di Lorenzo il Magnifico, che lo aveva protetto in gioventù; ma, benché accolto in Vaticano, trova deludente il soggiorno a Roma e alla morte di Giuliano accetta l’invito del re Francesco I. Forse in questa senile amarezza è il fondamento della misteriosa battuta: «li medici mi creorono e desstrussono».

Leonardo da Vinci e Firenze.
Fogli scelti dal Codice Atlantico

Firenze, Palazzo Vecchio,
Sala dei Gigli

a cura di Cristina Acidini,
fino al 24 giugno

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