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Leonardo Sciascia, la parabola cinefila

In libreria per i tipi di Adelphi «Questo non è un racconto». Scritti per il cinema e sul cinema, a cura di P. Squillacioti

di Michele Guerra

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(Fracchia / AGF)

5' di lettura

Al tempo in cui studiava a Caltanissetta, Leonardo Sciascia vedeva almeno un film al giorno se non due. Portava con sé un taccuino, dove annotava le impressioni che il film gli lasciava e dove assegnava voti espressi in asterischi, fino a un massimo di cinque («prima che lo facessero i giornali», tiene a sottolineare).

Molti anni dopo, Sciascia scoprì che la stessa cosa la faceva anche Gesualdo Bufalino (dei cui scritti sul cinema ha parlato su questo inserto Gino Ruozzi lo scorso 10/01/2021) e non ne rimase affatto stupito, «perché per lui, per me, per altri della nostra generazione e della nostra vocazione, il cinema era allora tutto. TUTTO.»

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Vocazione culturale

Per molti futuri intellettuali – e in grande parte letterati e poeti – il cinema fu negli anni Trenta lo spazio più libero per maturare, come scrive Sciascia, la propria vocazione. Una vocazione culturale, ma non meno sociale e politica. Non importava la qualità del film, né gli asterischi, ciò che contava era l'esperienza del nuovo, veicolata dal solo apparire dei personaggi sullo schermo, dal senso di proibito che soprattutto la libertà del cinema americano sembrava portare con sé, dai sentimenti di un mondo al contempo solare e oscuro, bigger than life, capace di far intendere in modo immediato che esistevano idee, letture e visioni oltre le strettezze della provincia e dei perimetri culturali fascisti.

La dedizione dello spettatore, che fin oltre i vent'anni porterà Sciascia a vagheggiare una carriera di regista o almeno di sceneggiatore o soggettista, si traduce presto in un pensiero critico impegnato e militante. Già nei secondi anni Quaranta, Sciascia scorge nel cinema americano, così amato al tempo dell'adolescenza, uno strumento di colonizzazione dell'immaginario, figlio di un programma politico e di una tendenza al consumo facile che allenteranno gradualmente la sua passione per la sala buia, fino a fargli dire, alla metà degli anni Sessanta, che non vede più di tre, quattro film l'anno e spesso non resiste a rimanere seduto fino alla fine, «perché sono ormai arrivato alla convinzione che non c'è film, per quanto buono, che valga un libro anche mediocre.»

Tuttavia, leggendo il libro che Paolo Squillacioti ha curato per ridisegnare parte della parabola cinefila di Sciascia, si ricava l'impressione che dai primi anni Cinquanta fino al 1989, anno della morte, il cinema e i film siano rimasti testimoni di quella vocazione stimolata al tempo degli studi magistrali. Articolato in tre sezioni, «Questo non è un racconto» – che Adelphi ha mandato in libreria l'8 gennaio proprio nel giorno del centenario della nascita – ci mette di fronte al soggettista e al critico e ci immerge entro una scrittura al solito essenziale, logica e coerente che avvince il lettore trascinandolo entro un discorso che torna al cinema per superarlo e ritrovarne il senso sociale ed artistico più profondo.

I tre inediti

I tre inediti con cui si apre il volume sono di straordinaria potenza e inventiva. Il primo è un soggetto datato 1968 e pensato per Carlo Lizzani, che insieme a Dino De Laurentiis spingeva con forza per un maggiore impegno di Sciascia nella scrittura per il cinema, soprattutto dopo che tra 1967 e 1968 erano usciti A ciascuno il suo di Elio Petri e Il giorno della civetta di Damiano Damiani. Per Lizzani Sciascia si ispira alla vicenda di Serafina Battaglia e alla sua coraggiosa testimonianza dopo l'uccisione mafiosa del figlio. Sciascia alterna lo spazio dell'aula giudiziaria alla violenza degli assassinii in pubblico, con una scrittura serrata e già attenta ai piani cinematografici, ai campi lunghi, ai volti, agli occhi, alle mani e al ritmo che la macchina da presa dovrà dare alla narrazione: «La mano in tasca, stringendo la pistola, si avvia. Piove. Si sente chiamare per nome, riconosce la voce, si volta come rincuorato. Sparano. Cade nel rigagnolo che scorre sotto il marciapiedi.»

Dello stesso anno è il soggetto che Sciascia scrive invece per Lina Wertmüller, ambientato in un «grosso paese della Sicilia interna». Due giovani innamorati appartatisi su una collina di ulivi assistono all'esecuzione di un uomo. Sconvolti, si accorgono dal giornale del giorno dopo che gli arrestati non sono gli assassini che hanno visto: «ed ecco che mentre camminano, discorrendo sottovoce ma con agitazione, passano davanti un caffè, tra i tavolini all'aperto fitti di gente oziosa. E doppiandone uno la ragazza improvvisamente ha di fronte l'assassino. Resta impietrita, i libri quasi le cadono di mano, sembra stia per svenire. Il ragazzo se ne accorge, capisce, la strappa via duramente. Anche l'assassino se n'è accorto.»

In entrambi i soggetti, mai realizzati, colpisce l'economia della scrittura che si fa cinema mentre si legge e che nel dare al racconto la sua spina dorsale lascia spazi preziosi a chi dovrà, da lì, lavorare alla sceneggiatura e alla regia.

Il terzo inedito, del 1972, è per Sergio Leone e porta la stessa data di una bozza di contratto che avrebbe dovuto coinvolgere Sciascia nella sceneggiatura di C'era una volta in America. Sotto la forma ironica e stringente del dialogo, Sciascia tratteggia la storia rimemorata di un gangster americano, offrendoci nel contempo più di un'arguta riflessione sugli stereotipi del genere e qualche giudizio sul cinema di Leone.

Gli scritti restanti sono tratti dai molti interventi di Sciascia su quotidiani e riviste e coprono un arco di anni che ci permette di cogliere mutamenti e persistenze nel suo pensiero sul cinema, man mano che la sua vita artistica e politica si strutturano. Gli interventi sulla Sicilia dimostrano l'insofferenza rispetto agli stereotipi più resistenti, motivo per cui Sciascia scrive a Guido Aristarco di non capacitarsi del fatto che Visconti non abbia compreso il principe di Salina nel Gattopardo, oppure si scaglia contro Sedotta e abbandonata di Germi, o dichiara che non vedrà Il siciliano di Cimino. Toccanti gli scritti in cui invece Sciascia parla dei film tratti dai suoi libri (grande la stima per Rosi e Petri, commovente la fiducia nel giovane Gianni Amelio), sia per il rispetto raro nei confronti dei registi che per la capacità di reinterrogare il suo stesso lavoro. Rimane alta, infine, l'attenzione alle ripercussioni politiche del cinema, così forti nel nostro Paese, per cui Sciascia, che definisce Pasolini «una specie di sismografo», mette in guardia dal Vangelo secondo Matteo: «Pasolini fa il Vangelo: ed ecco che comincia il dialogo tra comunisti e cattolici. Il che, confesso, mi dà grande inquietudine.»

«Questo non è un racconto». Scritti per il cinema e sul cinema, a cura di P. Squillacioti
Adelphi, Milano, 2021, 170 pp., 13 Euro


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