letteratura

Leonardo Sciascia, scrittore e intellettuale scomodo a 100 anni dalla nascita

Scomparso il 20 novembre del 1989, nacque l’8 gennaio 1921 a Racalmuto

di Stefano Biolchini e Alberto Fraccacreta

(Ansa)

3' di lettura

Scrittore d’una attualità sconcertante, era una voce scomoda, d’impegno e civismo, rigorosa e anticonformista in un’Italia che nel conformismo trovava la sua cifra prima. Leonardo Sciascia, scomparso il 20 novembre del 1989, nasceva 100 anni fa esatti a Racalmuto.

Nel 2018 Adelphi ha pubblicato ventitré articoli di Leonardo Sciascia dedicati al poliziesco e apparsi su riviste sin dagli anni Cinquanta, Il metodo Maigret e altri scritti sul giallo (a cura di Paolo Squillacioti).

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La sostanza dei saggi è che l'investigatore assomiglia a un eletto pervaso dalla Grazia illuminante e ha come patrona santa Lucia «nimica di ciascun crudele». In quella letteratura specifica Sciascia vedeva il moderno sentimento del sacro à la Girard, presente nella dicotomia tra il male e il folgorato dall'intuizione (il commissario). Soltanto il «metodo Maigret» appare diverso dagli altri proprio perché la consapevolezza del personaggio di Simenon non avviene ex abrupto a seguito di crescenti conferme, ma dopo una serie interminabile di false piste, trasognamenti, notti insonni e disordine mentale. All'algebrico sillogismo di Sherlock Holmes, Sciascia contrappone il torpore poetico di Maigret: questa affascinante teoria del giallo traccia ovviamente le ascendenze del capitano Bellodi in Il giorno della civetta (1961), dell'ispettore Rogas in Il contesto (1971) e del brigadiere Lagandara in Una storia semplice (1989).

La mater dolorosa

Tali riflessioni sono in qualche modo connesse al senso di sicilianità analizzato in testi come La corda pazza (1970), relativi alle feste religiose in Sicilia: «Indubbiamente, in queste rappresentazioni – sottolinea lo scrittore di Racalmuto –, si sente che più del Cristo stesso è la figura di Maria Addolorata che colpisce e commuove». La mater dolorosa è l'immagine che si cela dietro alla giovane vedova Nicolosi del Giorno della civetta, «chiusa nel nero manto della pena».

In verità, molte apparizioni femminili nell'opera sciasciana hanno in sé un'evasiva enigmaticità che, come ha scritto Claudia Carmina, lasciano intravedere nel loro silenzio «il punto di vista agonistico dell'outsider». Outsider è forse anche Maigret con il suo rimuginare caotico.

Scrittore e saggista pungente e scomodo

Leonardo Sciascia è stato non soltanto uno scrittore e un saggista pungente, scomodo in alcuni frangenti, ma sempre lucidissimo. (A Racalmuto, sua città natale è stata costituita una Fondazione molto attiva nel commemorarlo attraverso convegni, seminari, mostre e pubblicazioni).

La sua produzione intellettuale, ossia il “pensiero” che si può ricavare dall'eterogeneità degli scritti (come pochi altri nel Novecento, si va dal romanzo al feuilleton, dal racconto all'articolo di giornale, dalle poesie ai testi teatrali) narra di uno spirito avvezzo all'uso della ragione in senso illuminista ma – come Maigret – aperto al mistero improvviso, all'inspiegabile, al conto che non torna. Il polemista e l'analista politico in Sciascia danno spazio, senza soluzione di continuità, al poeta secondo la definizione kierkegaardiana, ossia all'anima composta di molte anime, di ripensamenti, di continue verifiche. Senza tale cognizione sarebbe difficile attribuire allo stesso autore testi come La scomparsa di Majorana (1975) e Candido, ovvero un sogno fatto in Sicilia (1977) per la diversità, se non per l'inversione prospettica con cui sono composti.

L'ibridismo, innanzitutto formale, la modifica camaleontica del punto di vista rendono Sciascia un intellettuale unico particolarmente nella letteratura italiana del secondo Novecento e spiegano la piena freschezza del suo lascito letterario. In un'epoca di lancinanti contraddizioni e di outsiders pronti al riscatto, Sciascia – il cui centenario dalla nascita piomba in un momento storico davvero “sciasciano” – sembra aver previsto, con straordinaria chiaroveggenza, con profezia, che la «sicilitudine» è un universale dell'essere umano, e consiste nel mantenere acceso il lume della speranza nonostante la paura, lo scacco e le illusioni.

Come recita il finale del Giorno della civetta: «Rincasò verso mezzanotte, attraversando tutta la città a piedi. Parma era incantata di neve, silenziosa, deserta. “In Sicilia le nevicate sono rare” pensò: e che forse il carattere delle civiltà era dato dalla neve o dal sole, secondo che neve o sole prevalessero. Si sentiva un po' confuso. Ma prima di arrivare a casa sapeva, lucidamente, di amare la Sicilia: e che ci sarebbe tornato. “Mi ci romperò la testa” disse a voce alta».


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