Biblioteca vinciana

Leonardo stregato dalla magia dei libri

Ricostruita l’intera raccolta libraria del Maestro, che arrivò a possedere più di duecento volumi

di Carlo Vecce

4' di lettura

Che cos’è il libro per il giovane Leonardo? Per capirlo, basta guardare l’opera che realizzò a vent’anni, l’ Annunciazione . Al centro, su un fantastico leggìo tra la Vergine e l’angelo, c’è un libro, sontuoso di materia e dimensioni. La sua presenza non è certo una novità: nell’iconografia occidentale la Vergine riceve l’annuncio mentre è intenta a leggere e meditare un libro. Ma qui non è un dettaglio secondario: è una creatura vivente, liquida, dai fogli trasparenti che fluttuano nell’aria, si arricciano, tornano indietro. Le dita di Maria, più che sfogliarli, cercano di fermarne il movimento e di tenerli aperti, e allo stesso tempo si preoccupano di non perdere il forte legame fisico che gli occhi hanno già perduto. Non è un’ Annunciazione . È un sogno interrotto dall’evento esterno che spezza il cerchio di sospensione dello spazio e del tempo in cui entra ognuno di noi quando si profonda nella lettura.

Libri depositari di segreti indecifrabili

Il libro è qualcosa di magico, depositario di segreti indecifrabili come i segni che scorgiamo sulle pagine del libro della Vergine. Una strana relazione per uno che, figlio di notaio e nipote di mercante, era nato a stretto contatto col mondo della cultura scritta, strumento di potere e di ricchezza; ma era anche nato da una donna che veniva da un mondo dove la scrittura non era nemmeno conosciuta, e fu lei a dargli gli insegnamenti fondamentali della vita. Col tempo, Leonardo scoprì che i libri erano non oggetti magici ma uomini come lui, amici che gli potevano parlare da un passato più o meno lontano: gli autori, o altori, come lui li chiamava. Qualcosa di magico c’è anche in questo: gli autori sono morti, ma continuano a parlare, a dire qualcosa. «Felici fien quelli che presteranno orecchi le parole de’ morti», scrive Leonardo in una sua “profezia”. All’inizio, per lui, sono gli autori che raccontano il mondo, la natura e l’uomo, anche se nelle forme diverse del mito, della visione e dell’enciclopedia: le Metamorfosi di Ovidio, la Commedia di Dante, la Storia naturale di Plinio il Vecchio.

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Milano

Poi Leonardo va a Milano, e tutto cambia. Sogna di diventare un altore. Frequenta le botteghe di librai e cartolai («l’ultimo cartolaio inverso il Corduso»), visita tipografie e cartiere, perseguita amici e conoscenti per ottenere in prestito libri che non restituirà mai. Cambia anche il modo di leggere e studiare. Quando era ragazzo, gli era più consueta la lettura ad alta voce, collettiva, partecipata, che gli dà l’impressione che la testualità sia una forma di comunicazione soprattutto orale, inferiore alla pittura perché l’orecchio è “minor senso” rispetto all’occhio “finestra dell’anima”. Ora invece la sua è una lettura tutta dell’occhio, silenziosa, individuale, allo scrittoio e di solito con la penna in mano, strettamente legata all’attività di scrittura sui quaderni di appunti, e alla prodigiosa memoria della sua macchina mentale.

Lo studio intellettuale e la creazione artistica avvengono in questo spazio di lavoro solitario: non la mirabile Wunderkammer di un apprendista stregone, ma l’umile stanza di un artigiano-lettore. «E se tu sarai solo, tu sarai tutto tuo», scrive Leonardo, che però vive la dialettica irrisolta di un’oscillazione perpetua fra interno ed esterno, tra le mura del suo studiolo e la conversazione con gli uomini, nella strada, nella bottega, nel cantiere, nella corte. Leonardo non sarà mai un eremita, un genio separato dal mondo: la sua officina resterà sempre un campo aperto, libero allo scambio e alla sperimentazione delle idee. Anche se qualcuno lo rimprovera di essere ancora un omo sanza lettere, Leonardo comincia a lavorare come un umanista: seleziona migliaia di parole dai libri che ha davanti al solo scopo di nobilitare la lingua e lo stile, trascrive testi, ingaggia continue battaglie con gli altori per dimostrare i loro errori sulla base della sperientia diretta delle cose.

Lettore vorace

Leonardo è diventato un lettore vorace, inquieto, irregolare, come irregolare e inquieta è stata tutta la sua formazione. Michel de Certeau ha scritto che il lettore è un viaggiatore, anzi, un bracconiere. Leonardo, che non ha altri maestri se non la natura, non si fa scrupolo di saccheggiare i terreni altrui, con la massima libertà. Contamina idee e teorie, infischiandosene del principio di autorità. Divora e assimila le idee degli altri e le fa sue, riduce e abbrevia interi sistemi filosofici, anche se poi, quando incrocia un autore come Giustino che ha abbreviato l’immensa storia romana di Livio, lo condanna come un cannibale. Smonta e sfascia i suoi libri, per fortuna solo metaforicamente, innescando inedite interferenze. Utilizza un trattato di arte militare, il De re militari di Roberto Valturio, non per fare la guerra ma per saccheggiare parole rare e citazioni di seconda mano di autori classici che non avrebbe mai potuto leggere in lingua originale: Lucrezio, Virgilio, Plutarco. E nessuno prima di lui, nella storia dell’umanità, aveva pensato di realizzare un atlante anatomico del corpo umano prendendo a modello le tavole cartografiche di un libro di geografia, la Cosmografia di Tolomeo.

Alla fine questa biblioteca in movimento, questo organismo vivente e tentacolare che cresce seguendo tutte le ramificazioni della mente di Leonardo, arriva a più di duecento volumi: un numero enorme per un non professionista della cultura. Libri soprattutto a stampa, quasi tutti in volgare, e spesso arricchiti da strepitosi apparati di illustrazioni, in un fecondo rapporto di parola e immagine: Valturio, il Fasciculus medicine, la Narrenschiff di Sebastian Brant, l’Ortus sanitatis. Presenze talvolta casuali, erotiche e scabrose come le facezie di Poggio e il Manganello, ma anche opere lungamente desiderate, inseguite, sognate, come Vitruvio, Archimede, Euclide. Oltre però i libri degli antichi e dei moderni, il libro più importante della biblioteca di Leonardo resta il libro mutevole e infinito della natura, perché ci sono molte più cose in cielo e in terra di quante ne possa sognare la nostra filosofia.

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