Idee

Letizia Battaglia e la potenza della tenerezza

L’obiettivo della fotografa è di dare senso unitario ai suoi scatti rivolti alla libertà, all'arte, alla cultura

di Alberto Fraccacreta

(foto di Alessandro Droghini)

2' di lettura

Dopo la lezione inaugurale di Luca Serianni dedicata all'italiano di Dante, Letizia Battaglia – in collegamento streaming da Palermo – ha dato il via alla diciottesima edizione del Festival della Mente di Sarzana con un incontro dal titolo Storie di vita. Certamente uno degli eventi più pregnanti della rassegna che, seguendo il filo conduttore dell'«origine», ha spaziato dalle guerre civili raccontate da Barbero alla genesi di una canzone secondo Malika Ayane.

L'obiettivo di Battaglia non era soltanto quello di fare il punto sulla sua attività di fotografa con l'ausilio di Michele Smargiassi, ripercorrendo sessant'anni di fedeltà al lavoro, ma soprattutto di dare senso unitario ai suoi scatti rivolti alla libertà, all'arte, alla cultura: «Quando c'è alchimia tra te e chi fotografi, accade sempre l'imprevedibile», ha rivelato.

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Sigaretta spenta che volteggia fra le mani, capigliatura rigorosamente rosa («Ho provato tutti i colori ormai. L'anno prossimo non saprò più come tingerli»), sguardo intelligente e coraggioso. Battaglia risponde punto per punto alle domande di Smargiassi, scatenando una pioggia di applausi a scena aperta da parte di un pubblico particolarmente affettuoso, che vedeva la sua immagine proiettata su due pannelli laterali dell'ampio gazebo di Canale Lunense.

(foto di Alessandro Droghini)

Pasolini

Quale ritratto d'autore è inciso nella memoria con maggiore piacere? «Le foto per Pasolini sono il mio capitale umano, le conservo con molta dedizione. Il ricordo dello scrittore è praticamente indelebile in me». E il soggetto che più ha inseguito nel corso degli anni? «Le bambine e le giovani ragazze. Solo col tempo ho capito che cercavo me stessa in tutte le adolescenti che ho fotografato. E loro adesso fanno parte della mia personalità».

(foto di Alessandro Droghini)

La mafia

Il discorso volge abbastanza presto su un tema scottante: la mafia. Battaglia si è spesso sottratta a quel genitivo oltraggioso, «fotografa della mafia». «È stata un'invenzione dei giornalisti. No. È più corretto dire: contro la mafia. Siamo stati umiliati da essa. Sono andata via da Palermo quando hanno ucciso Falcone e Borsellino. Non ho mai voluto fare scatti in quei giorni terribili. Era troppo doloroso. Sono partita per Parigi. Ma non mi interessava il tumulto della capitale francese. Mi interessava non morire a Palermo. Dopo un anno, sono tornata e la vita è ripresa». Smargiassi le chiede se è possibile che la sua narrazione fotografica, anche dopo situazioni di profonda sofferenza, sia riuscita a trovare il modo di raccontare la bellezza. «Sì, ho cercato la bellezza con la fotografia. L'ho inseguita. L'unica bellezza che esiste è, a mio giudizio, il sentimento. Nell'orrore si può cercare la bellezza della lotta, del provare a cambiare in piccolo, quotidianamente, il mondo. Però vorrei anche dire che è sempre di più necessaria la tenerezza. Persino oggi nel corpo delle donne cerco la potenza della tenerezza. Desidero dare tenerezza e riceverla. È la maniera migliore per sconfiggere la violenza. Io non fotografo come un uomo, fotografo come una donna».La prospettiva femminile, anzi il rivendicare l'importanza di una prospettiva femminile, nell'arte e nella vita in generale, era il dono cognitivo più bello e gravido di conseguenze che Letizia Battaglia potesse lasciare al suo pubblico. Anche se a distanza.

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