le prefazioni di aldo manuzio

Lettore mio, il greco ha futuro

di Carlo Carena

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4' di lettura

Giunto al numero 1001 della sua raccolta di Adagia, dedicato all’ossimoro Festina lente, Avanti piano, Erasmo si sofferma sull’amico Aldo Manuzio, che quel motto aveva inscritto e tradotto nel suo marchio tipografico con un delfino vorticoso attorcigliato a un’ancora ferma. Gli innalza un elogio per la passione intellettuale, che ha i toni dei panegirici più affettuosi e nobili. Aldo, scrive Erasmo, serve e diffonde, crea la cultura grazie alla sua convinzione e alla recente scoperta dell’arte della stampa meccanica: impresa erculea e degna di un animo regale il restituire al mondo le rovine del patrimonio quasi divino delle lettere. Con fatica e intelligenza – così ancora Erasmo – egli si diede a estrarre tesori perduti dagli angoli più riposti, a riaccendere lo spento, medicare il mutilo, ridare bellezza al guasto; di una biblioteca prima contenuta da anguste pareti Aldo ne crea un’altra la cui circonferenza è il mondo intero; distinguendosi per la sua dedizione e devozione, per la bravura tecnica e lo scrupolo morale da quegli scriteriati e impudenti tipografi che invadono il mondo di libretti non solo inutili – «probabilmente ne scrivo anch’io» – ma sciocchi, ignoranti, maledici, infamanti, rabbiosi, empi, sediziosi: «E se li riprendi, rispondono che tengono famiglia».

Questi sentimenti e questa condotta di Manuzio, questi propositi e difficoltà, questa passione e formazione, la rete di rapporti che dal suo scurolo veneziano odoroso e fumante di piombo egli riuscì a intrecciare con molti e grandi dotti contemporanei, sono testimoniati di prima mano, tutti ed esattamente, con umiltà e orgoglio, nelle prefazioni e dediche da lui stilate e poste in capo a molte sue edizioni come una sorta di scudo che le protegga. Adelphi le pubblica in un volume curato da Claudio Bevegni e introdotto da un saggio dotto ed elegante quale solo poteva dare Nigel Wilson. Wilson ne percorre l’educazione e i trasferimenti, aduna tutti i suoi collaboratori e consulenti, come a dire l’albo della nobiltà del sapere e del potere (doveva pur attingere alle fonti delle sovvenzioni, poiché anch’egli viveva necessariamente di esse, e «se darete darò» scrisse nel Saluto agli studiosi premesso all’edizione dell’Eros e Leandro di Museo). Wilson ci offre un catalogo ragionato anno per anno dei venti (1495-1514) di produzione della libreria aldina greca, tutta di grande importanza e bellezza. Quella dei greci soprattutto era la sua convinzione e aspirazione principale. Ed egli se ne fece carico partendo da capo, poiché giacevano dimenticati e deturpati dall’ignoranza e dall’indolenza dei copisti medievali a tal punto che «neppure gli autori, se tornassero in vita, sarebbero capaci di sanarli». Per essa creò da pioniere i caratteri tipografici necessari, ponendo fine a un caos alfabetico. I suoi colleghi non si raccapezzavano allorché trovavano qualche parola greca citata nei testi in latino; accenti, spiriti, vocali brevi o lunghe erano riprodotti approssimativamente e sconciati miseramente.

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Tutto ciò con l’unico grande sogno e ideale di far uscire e risollevare la civiltà dal baratro della rozza barbarie calata dal Nord, in cui era sprofondata per quindici secoli, come si esprime nella prefazione agli Scrittori di astronomia latini e greci (1499). Quell’intervallo fu un tempo tristo e perso. Aldo, ci spiega Wilson, non si preoccupava di chiedersi se il contesto della cultura intellettuale si fosse modificato; dà per scontata la necessità e la bellezza della restaurazione dell’antichità classica. Ora ne è giunto il grande momento, poiché si possono apprestare buoni libri, e «i buoni libri scacciano ogni barbarie, e io non credo che gli esseri umani siano tanto irragionevoli da continuare a cibarsi di ghiande anche dopo avere scoperto i cereali», immagine ripresa dal De oratore di Cicerone e premessa all’Organon di Aristotele, 1495; «Dio stesso è venuto in aiuto agli studiosi nel migliore dei modi tramite l’invenzione della stampa e le nostre fatiche» (così nella prefazione a Euripide, 1503).

In un saluto ai giovani che si iniziano alle belle lettere e premesso alla prima opera uscita dalla sua tipografia, la Grammatica greca del dotto bizantino Costantino Lascaris (marzo 1495), Aldo si confida e spiega che quella è la sua missione: «Abbiamo deciso di dedicare tutta la vita all’utile dell’umanità; questo vogliamo giorno dopo giorno sempre di più, finché vivremo in questa valle di lacrime»; senza badare a spese e senza risparmiarsi fatica, mentre potrebbe vivere costantemente nel benessere e starsene in pace (così nel Saluto ad Alberto Pio in capo alle opere del divino ed elegante Aristotele, 1° giugno 1497).

Si pensi che nei soli due anni 1503-1504 uscirono una nuova edizione di Omero, le diciotto tragedie di Euripide, Demostene, le Elleniche di Senofonte, opere scientifiche di Aristotele e di Teofrasto tradotte in latino («e non ti dico quanto abbiamo faticato a correggerli», lettera prefatoria); ma anche opere più occulte, scolî a Tucidide, la Storia dell’Impero romano di Erodiano, la Vita di Apollonio di Tiana di Filostrato…

Ancora poco prima della sua dipartita da questa valle di lacrime (ne sono stati commemorati recentemente i cinquecento anni), nell’agosto del 1514 egli pubblicava «a utilità degli studiosi» i Deipnosofisti di Ateneo, vastissimi e utili per straordinaria varietà di informazioni che contengono sui pesci, sulle erbe, sugli alberi e altri argomenti pressoché sconfinati. E ancora dopo, nel 1525, uscivano dalla sua officina e dal suo lavoro le opere di Galeno, cinque volumi in folio e in caratteri minuti.

Aldo Manuzio
Lettere prefatorie a edizioni greche
a cura di Claudio Bevegni, Adelphi, Milano,
pagg. 282, € 22.

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