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Leva hi tech per spingere la transizione energetica

Imprese in accelerazione su transizione green, nuove tecnologie e sostenibilità come leve cruciali per la competitività

di Celestina Dominelli, Giovanna Mancini

(photon_photo - stock.adobe.com)

3' di lettura

Imprese in accelerazione su transizione green, nuove tecnologie e sostenibilità come leve cruciali per la competitività e per affrontare il difficile scenario che, tra coda lunga della pandemia e guerra, stiamo vivendo.

Il terzo e ultimo giorno del Made in Italy Summit organizzato da Sole 24 Ore e Financial Times, in collaborazione con Sky Tg24, ha messo al centro la grande sfida delle due transizioni – digitale ed ecologica – collegate al tema del Pnrr e delle risorse europee, cercando di comprendere se e in quale modo le aziende del made in Italy la stanno affrontando, senza dimenticare la questione delle competenze e del capitale umano necessari all’attuazione di questa svolta.

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Nei due giorni precedenti gli interventi del Summit (che nel suo complesso ha registrato 30.500 utenti collegati) hanno infatti messo in luce la competitività e la solidità del sistema imprenditoriale italiano, che ha finora saputo reggere alle tante difficoltà causate dalla pandemia e poi dalla guerra in Ucraina: il caro materie prime, i prezzi fuori controllo dell’energia, la corsa dell’inflazione e l’incubo della recessione.

Il sistema è solido, dunque, ma di fronte allo scenario di grande incertezza che abbiamo davanti occorre fare un «salto di qualità», come ha detto aprendo il Summit l’amministratrice delegata del Gruppo 24 Ore, Mirja Cartia d’Asero, che si ottiene «quando questa capacità viene calata nell’attività quotidiana e in una visione di medio-lungo periodo, puntando su un cambiamento all’insegna dell’innovazione digitale e della sostenibilità».

Oggi del resto «non c’è più differenza tra innovazione e sostenibilità – ha detto Francesco Palmieri Lupia, Managing director e senior partner BCG, responsabile BCG X per East Mediterranean Caspian –. C’è ormai un’evidenza fattuale dei benefici portati dalla sostenibilità, che porta competitività nel lungo termine e valore economico nel breve termine».

Il cambiamento deve coinvolgere tutto il tessuto industriale del Paese, dalle pmi che ne costituiscono l’ossatura, ai grandi gruppi. Come Atlantia, «una grande piattaforma di investimento globale, che ha cuore, mente e cervello in Italia e punta all’allargamento della base produttiva nel nostro Paese e in Europa, proprio in un momento storico in cui, invece, la deglobalizzazione in atto influisce sui piani di investimento della maggior parte delle imprese», come ha spiegato l’ambasciatore Giampiero Massolo, presidente del gruppo.

Una rotta verso la quale si muove anche un altro big italiano, Prysmian Group, che, davanti a una forte crescita della domanda di infrastrutture a sostegno della svolta green, ha potenziato i propri investimenti per consolidare la leadership tecnologica. «L’industria dei cavi è strategica per la messa a terra della transizione ecologica – ha sottolineato Massimo Battaini, chief operating officer e executive director di Prysmian –. Il mercato dei cavi per la trasmissione è passato da 3 a 8 miliardi di progetti assegnati all’anno, con la prospettiva di arrivare a 15 miliardi nel 2030».

L’attuale congiuntura ha impresso un ulteriore sprint alla strada che porta al «net zero», ovvero all’abbattimento delle emissioni di CO2. E, su questo fronte, Edison Next ha messo in campo un’expertise specifica, come ha evidenziato ieri il ceo Giovanni Brianza. «Siamo nati proprio con la missione di aiutare le aziende e i territori nel percorso, difficile ma necessario, della transizione ecologica e della decarbonizzazione, proponendoci come partner di lungo periodo».

La via che conduce a una strategia sempre più sostenibile è, dunque, una tappa obbligata anche per le grandi utility come Enel, ha spiegato Giulia Genuardi, Head of sustainability planning, performance management and human rights del gruppo. «Il modello di business sostenibile di Enel valorizza le sinergie tra le diverse aree di business e il mondo esterno, al fine di ridurre l’impatto ambientale, soddisfare le esigenze delle comunità locali e migliorare la sicurezza di persone e fornitori».

Accanto ai big, ci sono però anche tante pmi che hanno potuto agganciare questa opportunità grazie a strumenti ad hoc come la Garanzia green di Sace, il cui bilancio è molto positivo, come ha detto Daniela Cataudella, responsabile Underwriting green del gruppo: «In 21 mesi abbiamo concluso quasi 170 operazioni, l’84% delle quali al fianco di pmi e mid-corporate, per un totale di 5,3 miliardi di euro di contratti e investimenti garantiti, con una diversificazione settoriale importante».

Numeri da primato, quindi, come quelli di un altro segmento fondamentale del made in Italy, quello del riciclo e del recupero del vetro, messi in fila ieri da Gianni Scotti, presidente di Coreve (Consorzio per il recupero del vetro). «Già nel 2019, con ben 11 anni di anticipo, abbiamo raggiunto e superato il target europeo fissato per il 2030 del 75% e ci contendiamo il gradino più alto del riciclo del vetro con la Germania», ha spiegato il numero uno del consorzio costituito nel 1997.

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