il ricordo al senato

Lezione eretica di Gino Giugni sulla produttività

di Alberto Orioli

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3' di lettura

La formazione come nuova priorità, quasi più del salario; la produttività come vera chiave per risolvere la questione salariale italiana; il rilancio del ruolo di imprese e sindacati dopo il fuoco fatuo della disintermediazione sociale.

Sono tanti i motivi per cui il sapere di un giurista eretico e innovatore come Gino Giugni potrebbe essere di grande aiuto nell’analisi di questo nostro presente caotico e sfocato rispetto alla complessità delle sfide globali.

Ed è questo il senso del ricordo che Silvana Sciarra, allieva di Giugni, docente di Diritto del lavoro ora diventata giudice costituzionale, ha voluto tributare al suo maestro al Senato a dieci anni dalla scomparsa. Non tanto una commemorazione quanto uno stimolo a rilanciare una scuola di pensiero che è stata innanzitutto un metodo di maieutica sociale perché ha dato corpo al diritto sindacale e nobilitato il ruolo dell’autonomia collettiva.

Il padre dello Statuto dei lavoratori del 1970 aveva per primo compreso quanto quella stessa pietra miliare avrebbe dovuto essere rivista ed era anche per questo stanco di quella paternità, sempre evocata fino a farla diventare un cliché burocratico.

Giugni «ingegnere sociale» - è stata la definizione usata da Maria Elisabetta Alberti Casellati, presidente del Senato - ha svolto un ruolo da giurista dei fuori pista del diritto che lo ha costretto a lungo a una ricerca solitaria, a tratti invisa ai custodi del diritto del lavoro degli anni 50 e 60 ancora dominato da un «corporativismo soffocante», come lo ha definito Paolo Grossi, ex presidente della Consulta.

Giugni contamina il diritto del lavoro con le altre scienze sociali e con lo sguardo comparatista, forse il più fecondo. Sperimenta - continua Grossi - un nuovo modo di guardare all’autonomia sociale e al valore del diritto vivente come metodo per dare assetto alle sempre nuove insorgenze collettive, ben oltre quelle che per il suo amico Tullio Ascarelli erano le «tombe cartacee del diritto corrente».

E l’idea del riformismo vissuto e concreto è anche quella raccontata da Giuliano Amato, ora giudice costituzionale, per molti anni suo compagno di partito nelle file socialiste ed ex presidente del consiglio artefice, con il suo successore Carlo Azeglio Ciampi, della celebre stagione concertativa. Giugni era il ministro del Lavoro che ha saputo portare a compimento proprio l’applicazione di quel riformismo caparbio e paziente, fatto di argomentazioni e di atti graduali capaci di coinvolgere strati sempre più grandi della società. Il riformismo del buon senso, così efficiente e popolare da diventare il vero nemico per la follia terrorista Br che vedranno in Giugni un bersaglio e un nemico.

Quel metodo avrebbe ancora molto da dire. E chissà cosa penserebbe oggi Giugni della democrazia via social, della frantumazione del lavoro ormai on demand, delle istanze ecologiste o dell’avvento dell’intelligenza artificiale come dato della quotidianità minuta.

Per questo Silvana Sciarra insiste nel voler dare forma programmatica alla celebrazione commemorativa. Le intuizioni di Giugni hanno un valore contemporaneo, ad esempio, a partire dalla necessità oggi di un nuovo pensiero eretico, oltre le sterili contrapposizioni tra autonomia e subordinazione in cui sembra inchiodato un giuslavorismo non più in grado di leggere la complessità contemporanea.

Giugni aveva e avrebbe ancora molto da dire sul tema della produttività come leva attraverso la quale recuperare senso alla questione salariale, tuttora di fatto irrisolto e già nel 1993 divisivo e traumatico per la parte più massimalista del sindacato. Sarebbe ancora adesso un modo per recuperare la dignità del lavoro, tema caro sempre al riformismo, e per ridurre le disuguaglianze, diventate un tratto drammatico delle nostre economie.

Proprio per questo Elena Granaglia, economista e studiosa del tema delle disuguaglianze, rilegge il pensiero di Giugni innanzitutto come metodo per superare le asimmetrie di potere tra capitale e lavoro o i pregiudizi sul confino del lavoro nella ridotta individualista. Per Granaglia che ci sia spazio per azioni di riequilibrio lo dimostra un dato: l’Italia, in cui in trent’anni 10 punti di Pil sono passati dal lavoro al capitale, è ancora alla ricerca di almeno 5 punti di prodotto interno lordo persi con lo tsunami della grande crisi finanziaria del 2008. E questo recupero non può che passare dal ritorno al futuro di un’idea del lavoro come la vollero i Costituenti all’articolo 1.

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