Storia economica

Lezioni per il capitalismo che arrivano dalla storia del Credito Italiano

di Antonio Patuelli

4' di lettura

Èpieno di insegnamenti per il presente ed il futuro il magistrale studio di Piero Barucci (Unicredit, una storia dell'economia italiana dalla Banca di Genova al Credito Italiano, 1870–1945, Editori Laterza).

Innanzitutto emergono gli storici limiti del capitalismo italiano.

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Ricordo che nel 1915 Francesco Saverio Nitti, che fu innanzitutto insigne economista, scrisse che «in Italia mancavano tutte le tradizioni della grande industria, quando la grande industria era fuori d’Italia gigantesca», poiché l’Italia «aveva un’alta densità di popolazione, superficie coltivabile relativamente assai limitata, insufficienza di risorse minerarie, scarsità se non mancanza di materie prime necessarie all’industria». Nitti aggiungeva che «per molti anni il capitale straniero in Italia ha avuto una importanza prevalente: non solo per il gran numero di titoli di Stato collocati all’estero, ma perché tutte le grandi imprese di traffico, di comunicazione, di trasporto erano straniere o prevalentemente straniere…

La borsa di Parigi ha regolato per molti anni tutte le borse italiane».

In questo quadro si sviluppa la storia bancaria italiana ricostruita accuratamente da Barucci, dalla nascita della Banca di Genova, nel 1870, in un quadro giuridico che allora in Italia prevedeva che le banche costituite in società per azioni dovessero essere soltanto regolate dal diritto comune, dal loro Statuto, dalle leggi e dal Codice del Commercio, con ben poca Vigilanza. Con regole cosi limitate erano frequenti i conflitti d’interesse, i rapporti “siamesi” fra banche, politica ed industrie, senza le forti distinzioni che sono cresciute dopo le crisi bancarie degli anni Venti e dei primi Trenta e che sono state poi codificate innanzitutto per merito della Banca d’Italia e dello stesso Piero Barucci che fu Ministro del Tesoro nei primi anni Novanta del Novecento, quando si preparava il nuovo (e vigente) Testo Unico Bancario che sostituì la Legge Bancaria del 1936 che già aveva definito con nettezza le distinzioni fra banche e industrie, mentre nel secondo dopoguerra furono definite le incompatibilità fra gli incarichi bancari e quelli parlamentari e di Governo.

È attualissimo l’insegnamento della netta distinzione delle banche dalla politica e dagli interessi degli altri settori economici.

La crisi della Banca di Genova a fine Ottocento fu superata con l’innesto di capitali soprattutto esteri e con la nascita del Credito Italiano.

Nitti, nel 1915, scrisse che «in principio alcuni dei maggiori istituti italiani furono costituiti con capitale straniero, sopra tutto nel periodo di depressione che seguì il 1893», cioè dopo la crisi della Banca Romana, «ma ora il capitale è in tutte le banche, in grandissima maggioranza, e in alcune per la quasi totalità, italiano».

La prima guerra mondiale che seguì lo studio di Nitti costrinse l’Italia a sforzi inimmaginabili, ad una sostanziale “militarizzazione” dell’economia produttiva e delle stesse attività bancarie.

La vittoria del 1918 non compensò economicamente i terribili sforzi fatti, ma fu preludio di conflitti sociali e politici che poi portarono alla dittatura, e in ambito bancario all’aumento degli intrecci fra banche e industrie, con tentativi industriali di scalate ad alcune banche, alla ricerca di mezzi finanziari di sostentamento. In quell’epoca diverse banche divennero anche “capogruppo di imprese”, controllavano sostanzialmente e formalmente molte imprese industriali, oltre che finanziarie, e ne erano fortemente condizionate dai complessi andamenti del difficile dopoguerra.

La dittatura si inserì in questa complessa crisi anche con l’interesse di sostituire il più possibile dei vertici bancari e imprenditoriali con personale più duttile e, per quanto possibile, più fedele al regime.

Le crisi industriali e bancarie si intrecciarono temporalmente con la nascita del regime che fu attentissimo a cercare di prevenire crisi economiche e finanziarie che incidessero negativamente sulla sua costante e martellante ricerca del consenso. I salvataggi bancari degli anni Trenta, la nascita dell’IRI e la Legge Bancaria del 1936 si inserirono in quel clima e furono realizzate da una strana collaborazione, necessitata dalla gravità dei problemi, fra il dittatore ed esponenti illuminati e più competenti del mondo finanziario e industriale, come Alberto Beneduce e Donato Menichella.

Gli anni Trenta furono caratterizzati anche dalla nascita del corporativismo e dalla lotta alla libera concorrenza: già nel 1932 l’Associazione Bancaria, in “esecuzione di supreme direttive” del regime, dovette dettare, ricorda Barucci, «criteri e condizioni sui tassi passivi e poi completò la disciplina cartellistica, regolamentando anche i prezzi delle operazioni attive», con regole che sono l’antitesi delle vigenti norme a tutela della concorrenza e del mercato.

Insomma, fra il 1938 e il 1944, le banche non furono “imprese”, ma strumenti costretti dal regime.

Le spinte bellicose della dittatura, prima in Africa Orientale e, nel 1940, con l’ingresso nella terribile seconda guerra mondiale, non dettero tempo a uno sviluppo bancario ed industriale in tempo di pace, che dovette riprendere faticosamente dopo le terribili devastazioni belliche.

Una delle più belle pagine della storia bancaria italiana fu scritta proprio negli anni più tragici del secondo conflitto mondiale, fra il 1943 e il 1945, quando l’Italia era divisa in due e campo di battaglie.

Le banche, che erano state costrette dal regime anche a cospicui forzati finanziamenti al partito unico, ripresero il massimo di autonomia possibile, spesso nella clandestinità,
e finanziarono segretamente la Resistenza e la Lotta di Liberazione. In questo si distinsero particolarmente la Banca d’Italia, la Banca Commerciale e il Credito Italiano che pure
erano divise in due, fra centro nord occupato
e centro sud liberato.

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